Afghanistan, slightly in focus

Alberto Alpozzi - www.albertoalpozzi.it

Dalle cattedre del Poli alle strade polverose dell’Afghanistan. Con la macchina fotografica al collo. Ogni situazione è buona per ottenere lo scatto giusto: quello del reporter a caccia di immagini, nonostante siano lontani i tempi di Robert Capa, è ancora oggi un mestiere che non conosce confini. E richiede passione. La stessa che ha portato il torinese Alberto Alpozzi, classe 1979, a decidere di trascorrere l’ultimo Natale con i soldati italiani in missione a Herat, Ovest dell’Afghanistan.

Perché un’esperienza di questo tipo?
Quello che mi piace della fotografia è il fatto di poter ritrarre situazioni particolari, non comuni. Andare oltre, spingermi oltre a quello che chiunque può vedere. D’altronde, se ci pensi, oggi con le macchine digitali più o meno tutto è alla portata di tutti. Quindi il modo in cui un fotografo può differenziare la qualità e la professionalità del suo lavoro è arrivare in luoghi da documentare dove non tutti sono disposti o hanno la possibilità di andare. Documentare, anche, quello che gli altri vogliono soltanto vedere, ma non vivere. L’idea con cui sono partito per l’Afghanistan era questa. E poi, soprattutto, raccontare un periodo molto particolare, quello del Natale, e cercare di capire come viene vissuto a distanza da migliaia di italiani. Noi pensiamo che sono militari, ma prima di tutto sono ragazzi, uomini. E italiani. Persone che – scelta condivisibile o meno, ma non sta a me entrare nel merito di questo tipo di polemiche – hanno comunque scelto di stare distanti da casa, dalle famiglie, dalle mogli, dalle fidanzate e, molti, dai figli.

Eppure, quando sei partito, stavi lavorando a un altro progetto.
Sì, stavo insegnando, per il secondo anno, al Politecnico. L’anno scorso ho tenuto un corso di fotografia dell’architettura. Quest’anno invece il programma toccava tutto ciò che riguarda la comunicazione attraverso la fotografia. Ma quando sono tornato da Herat ho dedicato una lezione a spiegare come si lavora in un contesto come quello.

In volo sull'Afghanistan - www.albertoalpozzi.it

Reporter di guerra o…
Di pace, direi, sicuramente. Quella italiana in Afghanistan è una missione di pace, d’altronde. E non mi piacciono i termini altisonanti. Non siamo superuomini. Non sono più gli anni dei fotoreporter alla Capa, che rischiavano davvero la pelle. In Afghanistan ti puoi trovare in situazioni spiacevoli, magari sotto il tiro dei mortai, ma non è paragonabile al lavoro dei fotografi di 40 o 50 anni fa.

Su cosa ti sei concentrato mentre eri lì?
Sull’aspetto umano e sulla “normale” quotidianità dei militari. L’aspetto umano è la prima cosa che conta, soprattutto perché noi italiani siamo davvero “brava gente”. Ed è una caratteristica che ci distingue e ci fa apprezzare all’estero soprattutto in situazioni come quella afghana. Dal mio punto di vista, è stata questa la notizia più importante, che sto cercando di far sapere agli italiani in patria.

Il Marò Ciro Petronelli - www.albertoalpozzi.it

Un ricordo particolare?
Ho stretto rapporti d’amicizia con molti ragazzi. Ma un bellissimo momento è legato a una foto che ho fatto a uno dei Marò all’interno del carcere di Herat. Si è commosso quando ha visto i bambini. Gli sono venuti gli occhi lucidi e mi ha chiesto di scattargli una foto. A Brindisi i suoi amici e colleghi l’hanno stampata e appesa nei negozi. È stata per me una grande soddisfazione. E infatti proprio nel week end sarò a Brindisi perché questo Marò, che si chiama Ciro Petronelli, ha organizzato con l’associazione culturale “Zonno Cacudi Show” un evento di beneficenza intitolato “Italia per l’Afghanistan” e raccoglieranno fondi per i bambini afghani orfani.

Stai già pensando alla prossima volta?
Certo. Un altro aspetto dell’Afghanistan che mi ha affascinato è il suo paesaggio. Viaggiando da una base all’altra con gli elicotteri ti accorgi che esiste un altro punto di vista, che l’Afghanistan non è solo guerra. Mi piacerebbe quindi molto documentare quello che è l’Afghanistan visto dall’alto: vorrei concentrarmi su questo, contestualizzandolo con l’attività dell’Esercito.

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