Futura

27/11/2015

Africa e censura: al Campus Einaudi storie di reporter costretti all’esilio

Filed under: Cultura,Notizie — Tag:, , , , , — Fabio Grandinetti @ 18:36

Esistono luoghi nei quali il giornalismo non può raccontare la realtà, contesti politici e sociali che non permettono ai reporter di esercitare la propria professione. L’Africa, o almeno parte di essa, è uno di quei luoghi. Lo testimoniano le storie di Marie Angélique Ingabire, ruandese, e René Dassié, camerunese, due giornalisti costretti a scappare dal proprio Paese. L’incontro ‘Voci scomode: storie di chi sfida il potere’, organizzato dal Caffè dei giornalisti nel Campus Einaudi di Torino, è stato dedicato a loro.

Marie Angélique Ingabire è stata presentatrice nella televisione pubblica ruandese per quattro anni. Per i suoi reportage è stata incarcerata e torturata. “Sono stata costretta a fuggire in Francia perché mi sono opposta alle pressioni del governo – ha raccontato ai giornalisti e agli studenti che hanno riempito l’aula magna del Campus Einaudi –. Dal 2010 la comunicazione è sotto il diretto controllo del dipartimento dell’informazione della Presidenza della Repubblica. Tanti giornalisti sono stati uccisi, perseguitati e sospesi. Una mia collega è stata convocata dal governo perché aveva ripreso il Presidente Paul Kagame mentre si soffiava il naso”. Non è un caso che il Ruanda sia al 161esimo posto su 180 nella classifica della libertà di stampa di Reporter senza frontiere.

“I reporter non possono criticare le autorità – ha proseguito –, non sono autorizzati a mostrare in televisione immagini di persone povere o sporche, non possono parlare di conflitti etnici e sociali. La censura è preventiva o autoimposta dagli stessi organi di informazioni. Per fare il giornalista in Ruanda si deve accettare di far parte della propaganda del governo”.

Una storia simile a quella di René Dassié: “Scrivevo per ‘Le Messager’ – ha raccontato – e per un articolo sulla corruzione nelle forze armate sono stato arrestato e torturato. La stampa ha paura di parlare di determinati argomenti, perché molti giornalisti sono stati incarcerati o, peggio, uccisi. L’informazione indipendente non riceve finanziamenti se non appoggia il governo. In Camerun il carcere è l’anticamera della morte, sono fortunato ad essere ancora vivo”.

 

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