Aida, un’alchimia che si rinnova

Cambiano i cast e le stagioni, ma l’emblema della maestosità scenica veronese continua ad attirare un pubblico eterogeneo, fatto di mille nazionalità differenti e di molteplici livelli di approccio al teatro.

“Il compito di chi fa spettacolo, e in particolare di chi danza, è quello di avvicinare più persone possibile, senza creare discrasie fra i cultori e i meno esperti.Anzi- spiega Susanna Egri, signora della danza e torinese d’adozione, coreografa dell’Aida durante il centenario dell’Arena e pronta a tornare dietro le quinte della prestigiosa opera -Non c’è assolutamente bisogno di conoscere i tecnicismi per capire se un passo o un brano cantato ci coinvolge e ci trasmette i suoi messaggi”.

Giunta alla sua nona replica per la stagione 2015, Aida, che porta questa volta la firma coreografica di Renato Zanella, ha compiuto il miracolo di rovesciare l’ovvietà in stupore, trasfigurando personaggi ed elementi scenici in sentimenti sempre attuali, anche se profondamente ispirati al contesto risorgimentale; sul palco si “rincorrono” coerenza e umiliazione, magnanimità e sacrificio, con una buona dose di incontro-scontro fra le civiltà e la figura della principessa-schiava etiope (che domina il secondo e il terzo atto) nella veste di motore immobile delle alterne sorti dei due popoli.

Uno spettacolo che rivela molto di più dell’arcinota ma sempre emozionante “marcia trionfale” di Verdi, come sostiene Susanna Egri. “Ho prodotto molte coreografie importanti, ma l’Arena è un palco unico al mondo: quando si viene scritturati ci si sente carichi di responsabilità sia  nei confronti dei dettami del libretto sia nei confronti del pubblico”.

A scatenare gli applausi più fragorosi, in questa versione, è stato Dario Di Vietri, barese, che ha interpretato il valoroso guerriero Radames con una dizione pulita e tutta la forza di una voce giovane ma tecnicamente navigata, capace di rendere il testo perfettamente comprensibile anche ai neofiti del genere.  Promossa a pieni voti sotto il profilo attoriale ed empatico, la performance del soprano uruguayano Maria José Siri, la quale, pur senza le vibrazioni e il tono profondo della “rivale in amore” Ekaterina Gubanova (Amneris), intimizza le passioni di Aida, innamorata di Radames, nella mimica facciale, dei gesti e perfino nei respiri alla fine dei soliloqui, quasi ad evidenziare al massimo lo struggimento del personaggio.  Un timbro caldo e possente, quello di Ambrogio Maestri, è stato scelto invece per impersonare Amonasro, padre di Aida e re degli Etiopi come vuole il libretto di Antonio Ghislanzoni: il tenore pavese, vecchia conoscenza del Teatro Regio di Torino, (Simon Boccanegra) aiutato dalla sua fisicità massiccia, conferisce la giusta autorevolezza alle doti di comando di un re e ai consigli spassionati di un padre per la propria figlia diletta. Preciso e tagliente il canto di Dmitry Beloselsky, (Ramfis), attento ad assecondare gli oracoli della dea Iside e cupo durante il processo di condanna a Radames, suo climax vocale ed espressivo.

L’allestimento di Franco Zeffirelli, come giá evidenziavano le passate edizioni affidategli dal 2002 in poi, esalta i colori e le forme della grandeur egizia, sebbene strutture e dettagli in stile “Cabiria” somiglino più ai colossal anni ’10 che alle ricostruzioni contemporanee dell’Antico Regno. Da questo punto di vista emergono le differenze con la versione di Gianfranco De Bosio, che all’imponente piramide centrale realizzata con tubi di metallo, alle statue dei faraoni e alle tinte degli abiti (l’oro, l’azzurro acceso, il nero sfavillante), aveva preferito lo spazio aperto e verosimile del colonnato di Menfi, il blu di capitelli e geroglifici ed il bordeaux delle tuniche orlate. “Penso che la profondità degli spazi sia fondamentale quando si rappresenta l’Aida, anche se alcuni registi hanno puntato più sull’altezza, ma questo ha le sue ripercussioni sulla libertà di movimento del corpo di ballo” aggiunge Susanna Egri. Inzuppata di darwinismo sociale dell’epoca, invece, la coreografia di Zanella del ballo etiope davanti alla corte egiziana, in cui i vinti sono rappresentati nei loro costumi e tatoo sgargianti, costretti a ridicolizzarsi al cospetto degli oppressori, eppure senza vergogna delle proprie tradizioni.

“La cura dei dettagli è tutto per un coreografo – conclude Egri – si pensi che nel 2013, quando seppi che avrei dovuto occuparmi di quelle per il centenario, studiai scrupolosamente per un anno insieme al regista tutte le indicazioni, anche quelle sui costumi, lasciateci da Giuseppe Verdi”.

«La strada per Tebe passa per Torino» scriveva a fine ottocento Jean-Francois Champollion all’apertura del Museo Egizio sabaudo. Gli spettatori dell’Aida, però, sanno che il cammino prosegue verso il Garda.

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