Antonio Conte, storia di un principe ossessioanto dalla vittoria

I colleghi non hanno avuto dubbi. È Antonio Conte la panchina d’oro per la stagione 2012/13, per il secondo anno consecutivo. Si tratta di uno dei riconoscimenti che più inorgogliscono gli allenatori, perché a stabilire il vincitore è il voto dei tecnici riuniti a Coverciano per il corso di aggiornamento. La piazza d’onore, distanziato di soli tre voti, è andata a Vincenzo Montella, terzo è arrivato Mazzarri. E così il tecnico della Juventus è ancora il re della tattica, incoronato nel tempio del Figc.

È passato poco più di un anno da quando si commosse allo Juventus Stadium di fronte alla coreografia della curva sud, che celebrava il suo ritorno in panchina dopo la squalifica per omessa denuncia nell’ambito dello scandalo calcio scommesse. “Dal purgatorio al paradiso… Facci sognare” recitava lo striscione dei tifosi bianconeri. È così è stato: l’ascesa inarrestabile di Conte, che l’ha portato in pochi anni dalla Serie B fino a diventare uno degli allenatori più stimati e richiesti d’Europa, non è stata fermata da quel periodo lontano dai campi. Si sa che nel calcio gli eroi sono non devono essere senza macchia. Le regole sono semplici e brutali, come la filosofia che guida il lavoro del tecnico leccese: vincere, vincere e ancora vincere, perché chi vince ha sempre ragione.

E vincere è sempre stata l’ossessione di Conte, con ogni mezzo possibile. Si è portato a casa con la Juve gli ultimi due scudetti, aveva già trionfato nel campionato di serie B con il Siena e con il Bari: chi segue il calcio sa che non può essere un caso. E poi i successi da calciatore, che pochi possono vantare: cinque scudetti, una Coppa Uefa, una Champions League, una Supercoppa Europea e una Coppa Intercontinentale. Sempre a dettare le geometrie del centrocampo, sempre corsa e precisione, tra i suoi piedi la palla non scottava mai. Riuscì anche a segnare anche 29 goal in serie A, molti decisivi, tanti all’ultimo minuto. E pensare che quando arrivò a Torino dal Lecce la porta non la vedeva proprio. Portato da Boniperti al cospetto dell’Avvocato, che chiese quanti goal aveva fatto nella stagione precedente, rispose imbarazzato: “Non molti, ma imparerò”. Non ne aveva segnato nessuno e aveva una sola rete all’attivo in carriera.

Cinque anni dopo quel ragazzo timido indossava la fascia di capitano e aveva preso le misure della porta. Se lo ricordano ancora i tifosi del Lecce. Quando nel 1997 i giallorossi vennero al Delle Alpi a sfidare i campioni in carica non avevano molte speranze di vincere. Conte insacca di testa su cross di Zidane il goal del 2-0, al minuto ’93 (chi ama vincere sa che le partite durano fino al triplice fischio) ed esulta strillando come un indemoniato, i suoi concittadini non glielo perdoneranno mai. Come non dimenticheranno quando con il suo Bari venne al via del Mare per vincere il derby: ma si sa, per diventare grandi bisogna essere pronti a cogliere tutte le occasioni.

E Antonio non era più il ragazzetto che il Lecce soffiò a Pantaleo Corvino, all’epoca collaboratore della misconosciuta Gioventù Vernole, il primo ad aver creduto in lui. Alla squadra in cui era cresciuto, di proprietà di papà Cosimino, andarono poche lire e otto palloni di cuoio usati: la piccola società pugliese si chiamava Juventina, a riprova che il futuro di una stella a volte è scritto negli astri. E nel destino credeva anche il padre del realismo strategico e della concretezza, Niccolò Machiavelli: Antonio sembra aver interiorizzato perfettamente la sua lezione lungo la strada che l’ha portato a diventare “principe” bianconero. Un po’ volpe, quando in conferenza stampa non risparmia le polemiche e protegge i suoi ragazzi con la collaudata strategia del “noi contro tutti”; e un po’ leone, quando mancano pochi minuti e qualche goal all’obbiettivo e lui cambia, soffre, stravolge la tattica, butta nella mischia tutte le frecce che trova nella sua panchina finché l’obiettivo non è raggiunto. Sempre in piedi a incitare i suoi, finché non cala il sipario.

I risultati parlano da soli: 2,2 (!!!) punti di media in due stagioni e mezzo a Torino (72 vittorie, 24 pareggi e 6 sconfitte in campionato) e un terzo titolo consecutivo che sembra ormai cosa fatta. Arrivò per fare il 4-2-4 con Elia e Krasic, reinventò la Juve con la difesa a 3 e colse il trionfo più atteso dai tifosi dopo una stagione da imbattuto. Ora vorrebbe evolvere il suo gioco, vorrebbe due terzini forti per vincere in Europa. Forse ci riuscirà con la Juve, o forse no:  il principe non sa aspettare. Per la vittoria è capace di tutto, potrebbe anche a mettere da parte il suo cuore bianconero. Marotta è avvisato.

 

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