Bruxelles: “La nostra libreria resta aperta, così diciamo no alla paura”

“Che cosa è cambiato? C’è una densità strana nell’aria: dopo Parigi e Istanbul è toccato a noi. Nei dieci minuti di strada tra casa e lavoro ho incontrato molte persone e ho avvertito tutta la pesantezza di quello che è successo: la gente girava con la morte negli occhi. Ma oltre alla paura ho visto anche tanta umanità, voglia di stare insieme e ricostruire una vita normale: non perché non abbiamo paura, ma perché è proprio un modo per elaborare il lutto e per onorare le vittime. C’è bisogno di stare con le persone e parlare con persone più diverse possibili”. Francesca Simoni è una dei tanti italiani trasferitisi a Bruxelles. Originaria di Porto Viro in provincia di Rovigo, da quattro anni lavora a La Piola Libri di rue Franklin 66, una libreria, vineria, sala concerti, aperta proprio il 22 marzo 2007 dal torinese Nicola Taricco e da Jacopo Panizza di Modena. Più una comunità che un locale, dove si organizzano corsi di italiano, si invitano Guccini e Zerocalcare, si bevono spritz e barbera. Col tempo la famiglia di PiolaLibri si è allargata e oggi, oltre ai titolari e a Francesca, ci lavorano altri quattro italiani: Erika Farris di Orosei, Giacomo Corticelli di Verona, Alice Di Gennaro di Ravenna e Denise De Bastiani di Santa Giustina in provincia di Belluno. Uno dei tanti pezzi di Italia a Bruxelles.

Martedì nonostante gli attentati che hanno colpito l’aeroporto internazionale di Zaventem, la stazione della metropolitana di Maelbeek e simbolicamente il cuore dell’Europa unita, Piola Libri ha deciso di rimanere aperta dalle 11 alle 21, come tutti i giorni, e di continuare ad essere un punto di riferimento per chi vive, lavora e frequenta il quartiere Schuman, quello dove si trovano il Parlamento Europeo, alcune ambasciate, il centro islamico e culturale del Belgio e le fermate della metro più vicine sono proprio Maelbeek e Schuman su rue de la Loi. “Nel pomeriggio sono andata a lavorare – racconta Francesca. C’erano centinaia di persone sono arrabbiate, ma noi abbiamo bisogno di reagire prima di tutto come singoli. per dare un segnale positivo. Non è un discorso di eroismi, siamo umani, abbiamo famiglia, ma non dobbiamo farci sconfiggere da questi sentimenti e dare spazio all’odio, al razzismo, alla diffidenza verso il prossimo”.

Francesca Simoni racconta che martedì nel quartiere c’era un’atmosfera diversa rispetto a quella di novembre, quando Bruxelles è rimasta paralizzata per quattro giorni e per le strade si vedevano solo militari: “Tra le persone che sono passate in libreria o per pranzo, che sono state molte di più di quanto ci aspettassimo, nessuno ha commentato i fatti. Ma non perché non interessati e non direttamente coinvolti, ma perché prima di tutto si sentiva il bisogno di restare insieme e di restare umani. Avere un posto pubblico dove riunirsi in maniera semplice e non chiusi in casa ostaggio di un manipolo di terroristi. Abbiamo dato un segnale e le persone hanno risposto: ci ha fatto enormemente piacere”. La scelta di tenere le serrande alzate, la porta aperta e di continuare a vivere, spiega la libraia, non è stata fatta per contravvenire alle regole del buonsenso o alle indicazioni delle autorità che raccomandavano di non spostarsi, ma nella convinzione che questa “sia responsabilità degli attori culturali della società, e io la sento anche come una dipendente di una libreria perché amo questa città perché penso che la cultura e l’educazione facciano la differenza se insistiamo, in un periodo in cui la gente legge sempre meno, è male informata, ha fretta di fare le cose ed è intrattenuta da altro. Noi non molliamo. Perché non bisogna mai smettere di credere che le cose possano cambiare e che ci sia sempre qualcosa di buono, in una società che sembra marcia e che arriva a fare queste cose. Non bisogna mai fare di tutta erba un fascio. Noi ci siamo, siamo qui e siamo una porta aperta nel momento in cui le porte sono sbarrate”.

 

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