Al Cap10100 il ritorno dei Perturbazione

Una data speciale. I Perturbazione, nati a Rivoli nel 1998, tornano a suonare a Torino dopo circa due anni. Venerdì 11 marzo faranno tappa al Cap10100 per promuovere “Le storie che ci raccontiamo”, il loro nono disco. L’album è un’istantanea delle relazioni di oggi: quelle che finiscono, ma anche quelle che nascono, magari sui siti d’incontri. Questo lavoro parla anche dell’uscita di scena di due membri storici come Gigi Giancursi ed Elena Diana. Un capitolo nuovo capitolo registrato in uno studio a Londra, “città sinonimo di ripartenza per molti giovani italiani emigrati”, come sottolinea il cantante Tommaso Cerasuolo.

Agli inizi della vostra carriera cantavate proprio in inglese: avete trovato difficoltà?

“Spedivamo i provini a varie etichette, senza ottenere risposte. Al limite, qualche rifiuto. Sicuramente eravamo acerbi, avevamo bisogno di suonare, ma il fatto di cantare in inglese non ci permetteva di ritagliarci grandi spazi”.

Negli ultimi due dischi, si percepiscono comunque influenze della musica anglosassone, dagli Smiths ai Pet Shop Boys…

“Ci piace guardare fuori dall’Italia, ma siamo cresciuti ascoltando anche il cantautorato italiano. Nel corso degli anni abbiamo cercato di avvicinare questi due concetti. Con gli ultimi due dischi, lo abbiamo esplicitato”.

Le storie che ci raccontiamo nasce dopo Musica X e la consacrazione sanremese. Molte cose sono cambiate, ma la direzione musicale è rimasta la stessa: avete insistito sull’elettronica…

Musica X ha rappresentato un passo in avanti nella nostra produzione. Per registrarlo, abbiamo contattato Max Casacci (Subsonica, ndr): volevamo valorizzare la parte ritmica e la componente elettronica. Il risultato ci è piaciuto e abbiamo scelto di proseguire su questa linea, pur cambiando produttore. Abbiamo scelto Tommaso Colliva, spostandoci a Londra: lavora con i Muse da anni e, con lui, sentiamo di aver dato più internazionalità alle nostre canzoni”.

Probabilmente avete sorpreso un po’ tutti, critica e pubblico…

“Capisco che chi ci ha scoperto anni fa possa trovarsi un po’ spiazzato, ma la nostra è sempre stata una posizione scomoda. Non suoniamo il classico pop italiano, non siamo certamente un gruppo punk rock: è difficile etichettarci. Sfuggiamo alle categorizzazioni e questa scelta può rappresentare una ricchezza, ma anche un punto debole perché il pubblico tende sempre a inserirti in un calderone. Noi, però, non vogliamo restare in gabbia: ci piace una canzone pop che possa essere coraggiosa”.

La formazione è cambiata, ma il modo di scrivere è rimasto lo stesso. I temi sono malinconici, ma vengono sempre trattati con leggerezza…

“Le canzoni de Le storie che ci raccontiamo sono a cipolla. Ascoltando Trentenni, percepisci l’inquietudine che può nascere da una separazione che, nel caso dei Perturbazione, è stata necessaria ma faticosa. Quando qualcosa finisce, col tempo ti aspetti di rinascere, di venire nuovamente al mondo. Ma non è il mondo come lo vuoi tu: continua ad avere le sue dinamiche e le sue verità. Ovviamente, sei più maturo.

O più Cinico, per citare un altro pezzo del disco…

“Esattamente: ma la tua rinascita Dipende da te. Non è un caso che proprio questa sia la prima traccia: è la nostra dichiarazione di intenti, il finale, la chiusa che sottolinea come in questa incertezza ciò che ti dà un’identità sono le grandi storie, che possono stare anche in piccole canzoni”.

Siete in tour da qualche settimana: come sta andando?

“Il tour sta andando bene. L’anno scorso, dopo il cambio di formazione, abbiamo fatto qualche concerto per rompere il ghiaccio sul palco. In studio eravamo tranquillissimi, ma la resa live è sempre a sé. Abbiamo inserito la polistrumentista Andrea Mirò come turnista e siamo ripartiti. Oggi non è facile suonare nei club, anche altri musicisti mi hanno confermato come la risposta del pubblico non sia sempre massiccia”.

Venerdì tornerete nella vostra Torino…

“Suonare nella nostra città è come essere nudi davanti a chi ti conosce molto bene. Ci sono tanti amici, ci sono pezzi della tua famiglia: è sempre un’emozione unica. Inizialmente, pativamo un po’ questa data. Ma da qualche anno abbiamo imparato a goderci questo affetto, senza andare in agitazione. Ce la godiamo di più. Siamo fieri di poter suonare per la prima volta al Cap10100”.

This entry was posted in Cultura, Notizie. Bookmark the permalink. Comments are closed, but you can leave a trackback: Trackback URL.