Crisi in Egitto, una voce dal Cairo

Continuano nella capitale egiziana le proteste contro il regime del presidente Mubarak. In mattinata circa 10 mila persone hanno spostato la protesta anti-regime davanti alla sede dell’Assemblea del popolo (Camera), e davanti alla casa del premier, il generale Ahmed Shafik. Ieri, Ahmed Maher, leader del movimento del 6 Aprile, che ha promosso la rivolta popolare, aveva affermato che è necessaria un’escalation della protesta, anche se questo dovesse significare scontri con l’esercito.

Ma una parte della città sembra voler tornare, lentamente, alla vita di sempre. Sono migliaia gli egiziani che da quando sono iniziati gli scontri, lo scorso 25 gennaio, hanno mantenuto i contatti con i parenti e gli amici in Italia. Tra loro c’è Wsam Salah Genedy, di 30 anni, che abita nel centro del Cairo, a due passi da piazza Tahrir, cuore e simbolo della protesta. Qui Wsam gestisce un caffè ristorante che ha dovuto chiudere e “blindare” per paura di eventuali saccheggi.

“Solo ieri ho potuto riaprire e gli avventori sono tornati a occupare i tavoli”, ci ha raccontato Wsam. “Per molti anni ho lavorato come brand manager per l’ufficio marketing di una società egiziana. Ma proprio pochi giorni prima che scoppiassero i disordini, ero riuscito ad aprire un caffè ristorante, un’idea che avevo da molti anni. Sono stato costretto a chiuderlo perché ho avuto paura di ladri che avrebbero potuto nascondersi tra i manifestanti”.

“Adesso non ho più paura, ma non riesco ancora a capire bene la situazione”, ha concluso il giovane egiziano. “So solo che questa protesta è contro la corruzione in ogni sua forma ed è partita dai giovani. E credo che, nonostante i problemi economici che stiamo affrontando, l’Egitto tornerà a essere più forte che mai”.

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