Si vota per le europee ma non se ne parla In Olanda e Gran Bretagna seggi già aperti

Finalmente si vota. In questo momento i cittadini di Gran Bretagna e Paesi Bassi hanno iniziato ad esprimere le loro preferenze per scegliere i propri rappresentanti nel parlamento europeo.  Nei prossimi giorni tutti gli altri stati membri coinvolgeranno i loro cittadini.  Alla fine più di 300 milioni di persone in tutta Europa saranno chiamate a votare per il rinnovo del Parlamento Europeo. In Italia la campagna elettorale è stata durissima: i tre leader della politica italiana hanno speso tutto il loro carisma per contendersi il consenso in tv e nelle piazze. I temi su cui si è articolato il discorso politico hanno spaziato dall’azione del governo Renzi, alla vivisezione dell’aristo-cane Dudù, dai totalitarismi del Novecento, passando per le dimissioni del Presidente della Repubblica. Senza dimenticare la trattativa Stato-ultrà e le tangenti dell’Expo.

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Come avvenuto in occasione di altre tornate elettorali europee (e come avviene anche negli altri Paesi dell’Unione), a tenere banco e ad appassionare gli elettori sono più i temi della politica nazionale che gli argomenti che interessano il futuro dell’Europa. Neanche i dibattiti televisivi tra i candidati alla presidenza della Commissione Europea, primo pionieristico tentativo di creare un’opinione pubblica continentale diffusa, è stato trasmesso dalla Rai sui canali generalisti. Per sensibilizzare i cittadini, il servizio pubblico ha preferito mandare in onda degli spot in cui una voce dal tono grave celebra l’Ue accompagnata da una musica epica. Il titolo della campagna, che  suona quasi beffardo recita “di Europa si deve parlare”. Ma evidentemente non se ne parla abbastanza. Renato Brunetta, per esempio, ha accusato apertamente Jean Cloude Junker, il leader e candidato del Partito popolare europeo di cui Forza Italia fa parte, di essere prono agli interessi della Germania. Sarebbe mai stato possibile in un’elezione nazionale che il membro di spicco di qualsiasi partito delegittimasse il proprio candidato a pochi giorni dal voto senza che quasi nessuno sottolinei l’incongruenza? Sicuramente no.

Succede però alle elezioni europee. Succede nonostante nel corso degli ultimi anni, complice la crisi, l’Ue ha cominciato a essere percepita in maniera diffusa per quello che è: un’istituzione che condiziona la vita di milioni di persone. Per cosa si andrà a votare dunque il 25 maggio e qual è la posta in gioco? Il Parlamento europeo è l’unica istituzione Ue eletta direttamente dai cittadini, in cui la dialettica si articola secondo interessi e posizioni di appartenenza politica e non di carattere nazionale (i rappresentanti dei partiti nazionali, una volta eletti, hanno facoltà di iscriversi a uno dei sette grandi partiti europei). Per quanto sia opinione diffusa che i suoi poteri siano insufficienti per rappresentare la volontà dei cittadini nelle scelte politiche dell’Unione, non si può dire che l’assemblea non abbia alcuna influenza, come è stato fino a non molto tempo fa. Essa, pur avendo una posizione di secondo piano rispetto al Consiglio e alla Commissione, svolge un ruolo importante nel processo legislativo ordinario, una prerogativa che ha acquisito solo dal 2007.

Gli oltre 766 deputati che saranno eletti nei 28 stati membri con un sistema proporzionale avranno un peso anche nel conferire una sorta di fiducia (dai legami più larghi di quella che lega il Parlamento italiano al Governo) alla Commissione europea, il potere esecutivo dell’Ue e l’organismo che ha la facoltà quasi esclusiva di proporre i disegni di legge. C’è di più: per la prima volta esiste un accordo informale in virtù del quale il candidato del partito europeo che otterrà più deputati  dovrebbe essere eletto dai capi di Stato a guidare la Commissione. Il condizionale è d’obbligo:  non c’è nessuna garanzia legislativa affinché questo avvenga. Così, il nome di Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, è emerso nei giorni scorsi come una possibilità concreta per guidare la Commissione in caso di pareggio tra le due principali forze politiche, i socialisti che candidano il tedesco Martin Schulz e i popolari con il lussemburghese Junker.

A guardare i sondaggi, il risultato finale, salvo appunto sorprese tecniche, sembra comunque scontato. Si va verso una sostanziale  equivalenza tra i due partiti, con quello che prevarrà destinato a esprimere la Commissione e a formare una grande coalizione con l’altro per avere la maggioranza. Non sarebbe una soluzione inedita: il sistema proporzionale e l’ottica di concertazione, figlia del carattere sovranazionale, che anima la politica dell’Ue hanno favorito la nascita di un sistema politico a bassa intensità ideologica, centripeto, privo di alternanza e caratterizzato dal trasformismo. Una condizione che è stata propria delle ultime due Commissioni guidate dal centrodestra di Barroso, e che potrebbe riprodursi con il fervente sostenitore dell’austerità Junker, senza che l’operato dei popolari negli ultimi 10 anni sia stato passato al vaglio da un’opinione pubblica consapevole.

In questa situazione poca speranza c’è per le forze euroscettiche o critiche di destra e di sinistra, che nonostante l’ottimo risultato che i sondaggi in tutti i Paesi prevedono, sono destinate a restare ai margini del sistema politico. Una affermazione degli estremi potrebbe avere al massimo l’effetto indiretto di agire da incentivo per un azione riformatrice dei partiti più moderati.  Un cambio di prospettiva che potrebbe portare, chissà, anche a rendere finalmente  pieni e completi i diritti politici di oltre 300 milioni di persone nei confronti dell’istituzione che ha più peso nel determinare le sorti del loro futuro.

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