Enzo Tortora, una ferita ancora aperta/ il video

di Federico Gervasoni e Davide Urietti.

“Con Enzo ci scrivevamo spesso, sia durante il periodo in carcere sia nel corso della sua attività in televisione. Amava scrivere e tenersi in contatto, ma aveva una pessima calligrafia!”. Parole e aneddoti del giornalista Gigi Marsico, amico stretto fin dagli anni ’50 di Enzo Tortora, che raccontano una persona divertente capace di fare umorismo su se stessa. “Prima di andare in tv era un ghost writer – prosegue Marsico – e un giorno mi disse: devo fare tre presentazioni, il problema è che ho il niente nel cervello!”.

Ieri nella Sala delle Colonne del comune di Torino,è andato in scena il film che ricostruisce la malagiustizia nei confronti del giornalista, conduttore e parlamentare radicale: ‘Enzo Tortora – Una ferita italiana’. Il lungometraggio diretto dal regista Ambrogio Crespi, racconta attraverso testimonianze, il dramma vissuto a causa di accuse infamanti da parte di alcuni camorristi. Le dichiarazioni di tre pregiudicati fanno sì che venerdì 17 giugno 1983, Enzo Tortora viene svegliato alle 4 del mattino dai carabinieri di Roma e arrestato per traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Gli elementi ‘oggettivi’, di fatto, si fondano unicamente su un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista, Giuseppe Puca, recante scritto a penna un nome che appare essere, inizialmente, quello di Tortora, con a fianco un numero di telefono. In realtà il nome, dopo una perizia calligrafica, risulta non essere quello del presentatore bensì quello di un tale Tortona. Il giornalista passa sette mesi in carcere e solamente il 15 settembre 1986 viene assolto dalla Corte d’appello di Napoli: gli accusatori del giornalista avevano dichiarato il falso allo scopo di ottenere una riduzione della loro pena. Tortora viene assolto definitivamente dalla Corte di Cassazione il 13 giugno 1987, a quattro anni dal suo arresto.

Ma i mesi passati in carcere “lasciano in dote al presentatore un tumore ai polmoni – sottolinea il regista Ambrogio Crespi -. Una malattia che il 18 maggio 1988 lo porterà via.  La malagiustizia lo ha ucciso”. Crespi conosce bene quei tormenti: ha, infatti, trascorso 200 giorni in carcere 65 dei quali in isolamento per un’accusa di voto di scambio “mai provata”.

Il dibattito successivo al film è servito per capire quanto e come sia cambiata la situazione della giustizia italiana a distanza di 30 anni dal ‘Caso Tortora’, senza dimenticare l’influenza che i media hanno esercitato allora.

Secondo Giovanni Torrente, docente di diritto penale all’Università di Torino, l’opinione pubblica, a causa dei mezzi di informazione, ha creato all’epoca il mostro mediatico da condannare a tutti i costi. “Credo che questo film – aggiunge Torrente – vada fatto vedere soprattutto ai giovani. I ventenni di adesso non hanno chiaramente memoria di questo evento, ma dovrebbero conoscere i rischi che si possono correre a causa della malagiustizia. Idealmente ogni giorno esistono degli ‘Enzo Tortora’ che vengono accusati e incarcerati ingiustamente”.

Nel corso della serata è intervenuto anche Igor Boni, di Radicali Italiani, uno dei promotori che portato il film a Torino e che nei prossimi giorni sarà presentato anche a Milano, Perugia e Pescara. “Quando incontrai Tortora ero appena diciassettenne. Nel 1985 eravamo al teatro Carignano e gli strinsi la mano nonostante tutti lo descrivessero come colpevole. Da quel momento cominciò la mia attività per i radicali. Credo che questo docufilm debba farci aprire gli occhi sulla situazione giudiziaria e carceraria italiana. molte cose devono migliorare da allora, si pensi, in particolare, alle carceri che più volte sono state oggetto di critiche e sanzioni da parte dell’Unione europea”.

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