Eternit: era Stephan Schmidheiny che dirigeva tutto

Un lungo interrogatorio di un ex dirigente dell’Eternit spa, Leo Mittelholzer, amministratore delegato dal 1984 al 1986, ha consolidato alcune tesi dell’accusa. Stephan Schmidheiny, imputato insieme al barone Jean Louis de Cartier de Marchienne nel maxi-processo di Torino contro la multinazionale dell’amianto, dettava la linea alle sue aziende dall’alto; i dirigenti conoscevano bene la dannosità del materiale; e una strategia per dismettere l’uso di asbesto c’era, ma non venne usata perché costosa.

Ci si aspettava qualcosa di più dalla testimonianza del fratello del grande accusato, Thomas Schmidheiny, ma il suo intervento è stato un continuo“non so”. Chiamatela freddezza, chiamatela omertà, fatto sta che in quei minuti di dibattimento poche informazioni utili ai fini del processo sono uscite fuori dalla sua bocca. Ha ribadito che il fratello si occupava di amianto da molto tempo, coi primi stage post-laurea effettuati in Brasile e in Sudafrica, mentre lui venne indirizzato verso il settore del cemento. Si tratta di una divisione che è diventata netta intorno al 1976, quando a Thomas andò il settore cementifero dell’azienda di famiglia e a Stephan l’altro ramo.

Le decisioni direzionali – “Amiantus era la holding a cui facevano riferimento tutte le società dell’amianto”, ha affermato Thomas Schimdheiny, mentre del fratello ha detto che “verso la metà degli anni Settanta è diventato amministratore delegato e aveva responsabilità strategiche nell’impresa”, una responsabilità che è andata aumentando in quel periodo con il progressivo allontanamento del padre dall’attività economica.

Per quanto riguarda le decisioni, il teste ha dichiarato che erano “elaborate nel quadro della direzione aziendale e poi trasmesse ai singoli interessati”. Più precisamente “in Eternit avevamo una organizzazione, un consiglio d’amministrazione con membri anche indipendenti. I progetti e le decisioni non erano quindi prese da una sola persona”. È una dichiarazione che cozza con quanto dichiarerà qualche ora dopo Mittelholzer, secondo il quale “Stephan Schmidheiny dava gli indirizzi di massima”, un’affermazione replicata su domanda dell’avvocato delle parti civili Sergio Bonetto: “Venivano comunicate le sue decisioni: ‘questo è quello che c’è da fare, fatelo’”.

L’uso di amianto – Un’altra dichiarazione di Schmidheiny che stona con quanto affermato da Mittelholzer è quella sulla pericolosità dell’asbesto: “Si è sempre chiaramente espresso nel senso che un’attività sicura con l’amianto era necessaria”, tanto che “ricordo che a metà anni Settanta cercava di convincere nostro padre a non usare più l’amianto per la sua cancerogenicità”. Però non c’era una soluzione, ricorda Thomas: “la dismissione non poteva essere immediata per la difficoltà a reperire un’alternativa al prodotto pari per le sue qualità”.

Al contrario, “l’amianto si poteva sostituire tecnicamente, ma era molto oneroso. Bisognava adattare il processo produttivo”, ha sostenuto l’ex ad dell’Eternit spa che ha anche sottolineato come ciò sia invece avvenuto in Germania e la Svizzera attorno al 1980-81: “Siamo arrivati al punto di offrire a gratis la tecnologia ai concorrenti. Il cambio costa, ma se anche loro lo fanno i costi si pareggiano”. In Italia invece le aziende rivali hanno rifiutato.

“La pericolosità dell’amianto era chiaramente nota. Chiaramente! – ha ribadito Mittelholzer ricordando le sue prime esperienze di lavoro nell’azienda a Johannesbourg, nel 1979 -. Avevamo un dottore che ci aveva spiegato cosa provocava: asbestosi, cancro ai polmoni, mesotelioma. Mi hanno descritto cosa fare per ridurre il rischio al massimo. Si trattava di informazioni scientifiche generali che abbiamo ricevuto tutti, tutti i manager”. Anzi, “tutti i manager che entravano all’epoca erano informati su periodo di latenza, sviluppo delle malattie legate all’amianto e leggi e regole nazionali”. Quindi la dirigenza era ben a conoscenza dei danni provocati dall’asbesto.

L’ultimo testimone della giornata è stato Luigi Antonioni, d’origini bergamasche, lavoratore di vecchia data dell’Eternit con un’asbestosi dal 1975. Ex consigliere di fabbrica, ha ricordato la voglia dei lavoratori di incontrare un’azionista belga che si è poi comportato con loro con estrema arroganza.

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Un Commento

  1. alex schiavi
    Posted 07/10/2010 at 15:42 | Permalink

    Illustri,
    trovo che i crimini della Eternit siano crimini contro l’umanità, qwuindi non caducabili a distanza di tempo.
    Punire i colpevoli, che erano al corrente del male che la loro invenzione produceva. Punire Stephan Schmidheiny, che si fa passare per un beneffatore dell’umanità (ah, ah, ah, ah,)
    Grazie, distinti saluti
    Milano, 7 ottobre 2010

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