Fiat: sindacati e politici si scontrano sulle parole di Marchionne

Sergio Marchionne (http://iltibetano.wordpress.com)

Dopo le dichiarazioni dell’ ad della Fiat, Sergio Marchionne, sulla possibilità di fondere insieme Fiat e Chrysler e sul conseguente spostamento del quartier generale da Torino a Detroit si riaccendono gli animi politico-sindacali.

Susanna Camusso, leader della Cgil, era stamattina a Torino all’assemblea dei delegati della confederazione. A proposito della casa automobilistica torinese è tornata a ribadire che il sindacato non è interessato tanto a discutere su dove sarà la sede legale ma “su dove saranno la progettazione, la ricerca e le strategie”. E, tra gli applausi generali, ha annunciato una nuova “grande mobilitazione del paese”, tempi e modi ancora da stabilire.

Sempre nel capoluogo piemontese si è svolto stamattina un convegno promosso dalla Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola media impresa su Fiat, l’auto e lo sviluppo della città e della regione Piemonte. Forti le parole del presidente nazionale di Cna, Ivan Malavasi, che ha paragonato Marchionne ad un giocatore di poker: “Marchionne – spiega Malvasi – dice e non dice da troppi mesi, ma deve spiegarci quale ruolo può giocare Torino”.

Una risposta aveva provato a darla ieri il presidente di Fiat, John Elkann, spiegando che se ci sarà uno spostamento sarà per creare più centri direzionali in diversi punti strategici per l’azienda, da Torino a Detroit, fino al Brasile e all’Asia. Ma il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, ribatte chiedendo a gran voce un “tavolo istituzionale sugli obiettivi di Fabbrica Italia e sui passaggi successivi”. “Sarebbe inaccettabile – spiega il primo cittadino – che la sede legale della Fiat si spostasse da Torino perché l’azienda si chiama Fabbrica Italia Automobili Torino e quindi deve restare a Torino, altrimenti non sarebbe più Fiat”. Stesso sconcerto è espresso dal candidato a sindaco della città per il centrosinistra, Piero Fassino, mentre il vice coordinatore del Pdl piemontese, Agostino Ghiglia, osserva: “La nostra unica arma è la competitività, perché le aziende producono dove conviene e non abbiamo alcuna speranza se giochiamo solo sullo spirito di appartenenza al territorio”.

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