Fuori dal coro: le udienze alle BR secondo Vincenzo Tessandori

La stanza era molto stretta, molto tetra. Il palazzo di fronte sembrava talmente vicino che potevi distinguerne i gerani rossi alle finestre.” Nemmeno il più piccolo particolare di quel primo giorno sfugge alla memoria di Vincenzo Tessandori, storica firma della Stampa: i suoi occhi non si alzano verso il soffitto come chi debba faticosamente ricomporre un puzzle dalle tessere evanescenti, ma restano bassi, quasi che vogliano leggere pagine chiarissime ed intangibili.

La prima udienza del processo alle Brigate Rosse, di cui oggi ricorre il quarantennale, era stata fissata per il 17 maggio 1976, ma fu rimandata più volte per due anni: ora l’inadeguatezza delle strutture giudiziarie ora la paura per ritorsioni personali che spingevano i giurati designati a rifiutare, rendevano il cammino di Bruno Caccia, Giancarlo Caselli e Guido Barbaro, nei loro rispettivi ruoli, irto di ostacoli. Poi finalmente tutto fu sbloccato.

Che atmosfera si respirava in quei giorni?

“Il caos era totale. Io non potevo seguire le udienze perché ero stato inserito fra i testimoni, anche se non fui mai ascoltato: ero stato accusato di essere comunista e sospettato di essere vicino ai brigatisti. Mi misero in attesa ma riuscii comunque a sgattaiolare in aula. Ricordo che ci furono i primi proclami dei terroristi, ma nessuno capi esattamente cosa significassero. Dopo, però, fu chiaro a tutti che si trattava di una precisa tattica.”

Come si prepararono i giornalisti a seguire il processo e in particolare quelli della Stampa?

“I resoconti dall’aula furono affidati a Clemente Granata, un grande collega che riportava ogni coloritura umana dei protagonisti della giornata, non limitandosi alla stesura della cronaca spiccia e fredda. Per La Stampa fu un grande successo.”

I brigatisti rifiutarono la difesa d’ufficio. Si può dire, quindi, che rifiutavano di essere processati?

“Non esattamente. Il pensiero delle BR superava il cosiddetto ‘processo di connivenza’, quello in cui imputato e giudice si riconoscono, e non intendevano nemmeno sottoporsi ad un ‘processo di rottura’, in cui l’imputato non riconosce il giudice: andavano decisamente oltre, mirando ad un ‘processo di guerriglia’, ossia un processo informale, fuori dalle aule, in cui si mettono in scena azioni efferate per intimorire l’accusa. Bisogna tener presente che le BR e i Gruppi Armati Partigiani nascono come risposta agli attentati di Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969 alla Banca dell’Agricoltura…”

Significa che se le istituzioni avessero riconosciuto il giusto peso del pericolo nero, le Brigate Rosse non sarebbero mai nate o forse non sarebbero cresciute fino a quel punto?

“La storia non si fa con i se, ma questa è un’ipotesi su cui varrebbe la pena indagare. Certo è che questa miopia, non sappiamo quanto conscia o inconscia, portò a una sfiducia incredibile verso lo Stato. Fu allora che Giangiacomo Feltrinelli concepì l’idea di un golpe che avrebbe reso la Sardegna una nuova Cuba, con Graziano Mesina nei panni del nuovo Che Guevara. Parallelamente si è sviluppata l’ideologia brigatista.”

Se sposiamo questa tesi, possiamo affermare che l’omicidio Moro è stato cruciale?

“Lo è stato e alla Stampa ce ne accorgemmo molto presto. Senza falsa modestia, devo dire che appena 5 giorni dopo il sequestro, dal giornale pronosticai quello che sarebbe accaduto ma, non potendo scriverlo esplicitamente, usai come metafora la vicenda di Pedro Aramburu, un generale dell’esercito argentino che nel ’55 rovesciò Peròn e venne assassinato più tardi. L’affaire Moro non poteva finire diversamente: del resto, se avevano ucciso 5 uomini della scorta per rapire l’onorevole, non c’era ragione di pensare che si sarebbero spinti alle estreme conseguenze se lo Stato non avesse acconsentito alle loro richieste.”

Il partito comunista in quegli anni aveva raggiunto il massimo consenso e, d’altro canto, cercava un’intesa con la DC. Qual era la posizione del PCI nei confronti dei brigatisti?

“Il Partito Comunista ha tentato di coprire il colore dei terroristi, seguito da alcuni organi di stampa. Era compatto in questo. Mentre a discutere e a interrogarsi era la base, anche perché si usciva sconvolti dall’intervento di Mosca a Budapest.”

Sia secondo lei sia secondo il procuratore Caselli, ad annichilire la violenza delle BR minando alle basi la stessa ideologia terrorista è stata la risposta democratica e rispettosa dello Stato e, nello specifico, della cittadinanza torinese. Come mai negli anni Duemila è tornato di moda il modus operandi di manganellare, nella gestione di alcune emergenze come il G8 di Genova? A chi va ascritto questo abuso di maniere forti che non furono utilizzate nemmeno allora?

“Il problema è che nel nostro Paese l’apparato repressivo si muove ancora come se si fosse rimasti agli anni del fascismo. La polizia fa le stesse cose che faceva nel ’48, quando andava a manganellare gli operai. Ma non è affatto colpa degli agenti: sono la mentalità, le strategie e il modo di studiare le singole situazioni ad essere rimaste ingessate. C’è stata un’evoluzione nelle ragioni e nelle storie di chi protesta contro l’ordine costituito, ma la polizia è ferma agli anni ’40. “

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