Guido Chiesa: “Il cinema italiano è troppo lontano dai problemi della gente”

“Eclettica”. Non poteva essere diverso il nome della rassegna dedicata dal 15esimo Piemonte Movie gLocal Film Festival al cineasta piemontese Guido Chiesa.
Il regista di “Lavorare con Lentezza”, partito da Cambiano, in provincia di Torino, e trasferitosi giovanissimo negli Stati Uniti dove ha lavorato con registi del calibro di Jim Jarmush e Michael Cimino, tornato in Italia si è espresso con drammi, commedie, serie tv, videoclip e documentari, senza mai smettere di rinnovarsi e sperimentare.
Chiesa, domani sera sarà ospite al cinema Massimo per raccontare 30 anni di filmografia eclettica. Lo abbiamo sentito prima dell’incontro di oggi pomeriggio con gli studenti del Dams all’Auditorium “Quazza” dell’Università, dove nel nel 1983 si è laureato in storia del cinema.

“Anche se non vivo più in Piemonte da più di 30 anni non­ me ne sono mai allontanato veramente. Qui ho studiato, ho girato i miei primi tre film e ho ancora tanti amici. Torino è cambiata molto in questi anni: la città che conoscevo era ancora una città operaia, legata alla Fiat, e il cinema rivestiva ancora un’importanza marginale. Oggi ha uno dei più importanti festival in Italia, il Museo del Cinema, e si girano tantissimi film”.

Cosa consiglieresti a chi vuole provare a fare cinema oggi in Italia?

“A me è mancato molto non aver fatto una scuola quindi prima di tutto quello. E poi provarci, proporsi, fare festival e concorsi. Godard diceva: se hai un’idea mettila per iscritto e falla leggere a tua madre. Se non piace neanche a lei lascia perdere. Se invece le piace falla vedere alla tua fidanzata, poi ai tuoi amici e via così.
Ma la regia è un mestiere, non basta essere dotati. Il cinema è un po’ come il calcio: si può avere tutto il talento che si vuole ma se non si sa reggere la tensione, lavorare di squadra e rispettare i compagni non si va da nessuna parte”.

Si parla spesso dello stato di salute del cinema Italiano. Pensi che sia in crisi?

“Bisogna distinguere: Il cinema in Italia dopo qualche anno di flessione sta bene e la gente ha ripreso a frequentare le sale. Il cinema italiano, invece, è in difficoltà perché fa fatica a comprendere le esigenze delle persone. Il cinema che ci ha resi famosi nel mondo oggi non funziona più. Non vuol dire che non ci siano stati film italiani interessanti, ma mentre fino agli anni 2000 c’era una serie di registi che facevano film seri e impegnati e funzionavano, negli ultimi dieci anni, ad eccezione di qualche raro caso come Garrone e Sorrentino, il cinema italiano che funziona sono prevalentemente commedie. Attribuire questo fenomeno all’ignoranza della gente, come ha fatto una parte della cultura Italiana oltre ad essere riduttivo è controproducente.
C’è un’esigenza sempre più diffusa di trattare temi anche seri, come la crisi o l’immigrazione, in maniera differente, con leggerezza, ridendoci sopra. Quello che più di tutti in questi anni è riuscito a capirlo è stato Checco Zalone. Una parte del cinema italiano invece stenta a intercettare le esigenze della gente e non ha saputo innovarsi”.

Tu hai sempre saputo innovarti passando da film come “Il partigiano Johnny” a commedie come “Belli di papà”. Non a caso il titolo della retrospettiva a te dedicata è ‘Eclettica’

“Credo che sia importante saper cambiare e mettersi in discussione, senza, però, snaturare sé stessi. Io poi sono stato eclettico anche per le circostanze: ho iniziato a fare documentari perché mi è stato proposto, e lo stesso è stato per la serie di Sky “Quo Vadis Baby?”. Una commedia invece volevo farla dai tempi di “Lavorare con lentezza” ma finora non ne avevo avuto l’occasione”.

Proprio alla parte più sperimentale del tuo lavoro sarà dedicata la serata di domani al Cinema Massimo, una chiacchierata con Piero Negri, capo-redattore spettacoli de La Stampa, intervallata da clip e corti, al termine della quale verrà proiettato il tuo ultimo progetto, “Fragole Celesti”.

“Fragole Celesti è una comunità terapeutica per donne vittime di abusi, maltrattamenti e violenze. Hanno chiesto ad artisti, fotografi e pittori di affrontare con i loro mezzi espressivi questo tema e io ho realizzato un cortometraggio di venti minuti. Questo lavoro è stato un laboratorio, mi ha dato la possibilità di esplorare un terreno su cui non mi ero ancora avventurato, ma che in futuro mi piacerebbe affrontare con un film”.

 

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