I giornalisti italiani pronti alla mobilitazione per l’articolo 18

Stefano Tallia, vicesegretario della Federazione stampa subalpina e membro del cdr Rai

Sono in arrivo tempi duri per i giornalisti italiani. L’imminente riforma del lavoro potrebbe causare una ristrutturazione profonda e dolorosa nel mercato dell’informazione. Ma soprattutto, se applicata in maniera distorta, potrebbe diventare uno strumento per limitare la libertà di informazione e liberarsi di penne scomode.

Di questo si è parlato ieri all’assemblea dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte,  che ha sottolineato il rischio che “la libertà di licenziamento per ragioni economiche o disciplinari si ripercuota negativamente sulla libertà e sulla qualità di quel bene comune essenziale per la democrazia che è rappresentato da un’informazione libera e plurale”.

“Da parte nostra – chiarisce Stefanio Tallia, membro del Cdr Rai e vicesegretario della Federazione stampa subalpina – c’è la ferma contrarietà alla cancellazione dell’articolo 18. Quella giornalistica è un’attività molto delicata, e la libertà di licenziare adducendo ragioni economiche potrebbe dare agli editori la facoltà di allontanare giornalisti poco graditi. Basti pensare che nel nostro settore per proclamare uno stato di crisi non è necessario presentare due bilanci in passivo, ma è sufficiente una previsione di passività. Con questa riforma, quindi, i margini di discrezionalità diverrebbero altissimi: dietro la ragione economica potrebbero nascondersi provvedimenti di ogni tipo. In un’azienda come la Rai, ad esempio, che è fortemente condizionata dall’attività dei partiti, le nuove norme di licenziamento potrebbero diventare uno strumento di sanzione a livello politico”.

Ma a mobilitarsi non sono certo solo i giornalisti Piemontesi: il segretario della Fnsi, Franco Siddi, ha annunciato che mercoledì 28 marzo la Giunta esecutiva del sindacato analizzerà il provvedimento per valutare eventuali  ”azioni da mettere in campo”.

”La sola ipotesi di licenziamenti economici per singoli o poche unità di lavoratori anche ogni 120 giorni – sottolinea Siddi – può diventare occasione per imprenditori poco onesti di liberarsi di giornalisti scomodi o non allineabili.  In un momento di crisi economica come questo, che punge non poco  sul settore dell’editoria, i rischi appaiono davvero alti e l’allarme non può essere ritenuto una mera reazione di parte, peraltro di una categoria già in grande sofferenza per tagli occupazionali, prepensionamenti, piani di cassa integrazione e contratti di solidarietà”.

Dello stesso tenore anche il comunicato diffuso dal Cdr dell’Ansa, che condivide “la posizione della Federazione nazionale della stampa sulla riforma ed esprime allarme, in particolare, per le modifiche previste all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, ritenendo pericolose variazioni strutturali a uno strumento giuridico che tutela i dipendenti da possibili illegittimi licenziamenti. In particolar modo la riforma appare inaccettabile laddove consente licenziamenti per motivi economici: questo potrebbe concedere alle imprese l’opportunità di applicare un’impropria e arbitraria riduzione del personale adducendo problemi gestionali e di costi e di liberarsi in particolare dei contratti maggiormente onerosi”.

Va comunque ricordato che  in caso di liceziamento discriminatorio la bozza di riforma del governo Monti prevede ancora il reintegro: se le motivazioni economiche verranno utilizzate come pretesto per licenziare giornalisti ritenuti “scomodi”, questi ultimi potranno quindi presentare ricorso al tribunale del lavoro.  Nel licenziamento per motivi economici, al contrario, è previsto il solo indennizzo, che può arrivare fino a 27 mensilità;  mentre in quelli di tipo disciplinare sarà il giudice a decidere tra indennizzo e reintegro,     laddove sia dimostrata l’infondatezza dei motivi.

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