Il baby boom dei bimbi stranieri torinesi e la politica guarda alla demografia

Da “Etenesh” di Paolo Castaldi Edizioni BeccoGiallo

Sono 2.233 i nuovi nati dell’anno, sono stranieri ma tutti dati alla luce a Torino.

La demografia parla chiaro e “esercita pressione sul dibattito politico” spiega Stefano Molina, dirigente di ricerca alla Fondazione Agnelli. Il dato diventa ancor più significativo se si pensa che nel 1994, diciotto anni fa, se ne contavano soltanto 44. Questo baby boom fa da specchio alla proposta della neo ministra dell’Integrazione Cécile Kyenge: introdurre una legge basata sullo ius soli. Un bambino che nasce in Italia diventerebbe automaticamente cittadino italiano, anche se modalità e condizioni non sono state chiarite.

L’acquisizione della cittadinanza nostrana è regolata dalla legge 91 risalente al 1992 ed “è già una legge basata sullo ius soli – prosegue Molina – ma ritardata al diciottesimo anno di età. E’ un percorso tortuoso; si tratta di rendere praticabile un diritto esistente”. Per semplificare un iter burocratico non privo di intoppi si potrebbe ricorrere alla certificazione scolastica o sanitaria per dimostrare l’effettiva permanenza sul territorio.

Proprio la scuola, luogo di crescita, è forse la vera culla dell’integrazione dove chi finisce per conoscere meglio lo slang dialettale rispetto alla lingua del proprio paese d’origine, costruisce un’identità anche italiana.  Sono tanti, un milione nell’intero paese, costituiscono il 7% della popolazione scolastica nazionale e, secondo il rapporto Ismu-Miur,  a Torino e provincia 34 scuole hanno almeno il 50% di alunni con cittadinanza non italiana.

Guardando i dati dell’anagrafe torinese salta agli occhi una vera e propria piramide; la base costituita dai “piccoli” delle seconde generazioni, che hanno oggi tra gli zero e i quattro anni, si va allargando. Dalla Fondazione Agnelli chiariscono come questi numeri siano la diretta conseguenza della cosiddetta “sincronizzazione dei calendari”: nella prima fase della migrazione che comporta la scelta di partire, la partenza effettiva, poi la ricerca di un lavoro e la regolarizzazione giuridica, si mette “in standby” la procreazione. E’ ciò che è successo con i primi flussi, agli inizi degli anni ’90, adesso, dopo le numerose regolarizzazioni, i migranti “disfano le valige” – Molina spiega il processo con questa metafora– e fanno nascere i loro figli in un nuovo paese.

 

 

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