Il Piemonte punta sulle start-up

La locandina del progetto di investimenti per start-up del gruppo Intesa-San Paolo

Innovano con estrema velocità e ci lavorano persone motivate: sono le start-up, le imprese giovani – c’è chi  le definisce  acerbe – ma che possono creare un importante bacino di occupazione. «Non solo, c’è una valenza estetica nel costruire un’impresa, come un’opera d’arte il cui valore sociale è enorme», spiega Ruggero Frezza, presidente dell’incubatore padovano M31, un programma progettato per accelerare lo sviluppo di aziende mettendo a disposizione consulenze e risorse.

Secondo Frezza, dare forma a un progetto significa anche creare qualcosa di “bello” capace di restituire alla collettività un servizio, un prodotto innovativo, un lavoro. Questa volta  il  Circolo dei lettori di Torino – dove ieri si è tenuta la terza lezione del ciclo di incontri sull’economia organizzato dagli allievi della ESCP Europe Business School – è stato teatro degli “imprenditori degli imprenditori”. Ovvero, di chi crede e investe in idee e conoscenze che possono trasformasi in una start-up e poi, chissà, in qualcosa di più.

A Torino l’incubatore del Politecnico, i3P, ha avviato circa 140 nuove aziende (una media di 15 all’anno ogni 200 idee imprenditoriali presentate da studenti, ricercatori, tecnici o imprenditori esperti). «Fin’ora i3P ha consentito la creazione di 600 nuovi posti di lavoro», spiega lo studente di management Giacomo De Lorenzo, conduttore del dibattito con Giacomo Giovannone. Marco Cantamessa, amministratore delegato dell’incubatore torinese, frena gli entusiasmi: «Il Pil in Piemonte è costituito per il 50% da imprese nate cento anni fa o negli anni Sessanta, mentre il contributo delle start-up è risibile».

Una regione che vive ancora dei fasti Fiat? «E’ necessario cambiare il contesto, mettere insieme i pezzi in una filiera che va dall’idea alla costruzione del team, alla ricerca dei finanziamenti perché l’azienda cresca», conclude Cantamessa. E sono proprio i finanziamenti il tasto dolente. Come esempio di start-up di successo presentata al pubblico del Circolo dei lettori, questa volta c’era Centervue. Grazie ad investimenti di un fondo reperito da M31, la società oggi produce apparecchi oculistici nella Silicon Valley e ha 45 dipendenti (erano partiti in 6).

Alle  banche si preferiscono venture capital  e business angels: tradotto, capitali di rischio e imprenditori coraggiosi che investono dai 300 mila ai 2 milioni di euro in start-ups, a “fondo perduto” -  ad esempio  Piemontech e Innogest . «Un venture capitalist sa che rischia di perdere il proprio investimento, ma punta sulla riuscita dell’azienda», spiega Cantamessa. Niente interessi o mutui, dunque, ma iniezioni di capitali sulla fiducia, o quasi.  Chi mette i soldi, infatti, spesso chiede di avere in contropartita quote azionarie della società in cui ha investito. E se punta sulla start-up valida, le quote sono remunerative.  Da poco il progetto italiano  Stereomood (che consente di creare compilation radio sulla  base del proprio stato d’animo) ha ottenuto una tranche importante di finanziamenti da Innogest. «Funzioniamo un po’ come un’agenzia matrimoniale – scherza l’ad di i3P – facciamo incontrare ricercatori e tecnici con chi potrà concretamente portare quell’idea di impresa nel mercato». Provare per credere.

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