Il potere delle metafore: la lezione di Gianrico Carofiglio

“Come possono le parole avere ancora il dono della chiarezza in un mondo complicato come il nostro, in cui non si riesce a stabilire dov’è la ragione e dove il torto?” È partito dalla domanda delle domande, posta da Pietro Marcenaro, il discorso di Gianrico Carofiglio, scrittore, magistrato e senatore, dal titolo “Il potere delle metafore: un approccio linguistico all’etica civile”.

“È molto più facile essere imprecisi che precisi, molto più facile essere lunghi che brevi”, ha esordito Carofiglio, citando la lettera in cui Blaise Pascal chiede scusa al suo corrispondente per essersi dilungato con queste parole: “Non ho avuto agio di farla più breve”. Conseguire il risultato della chiarezza non è cosa semplice, ma quando a essere oscure sono le lingue del potere non si tratta più solo di una questione stilistica, o retorica, bensì di una questione morale: “Non è moralmente neutro che sentenze, discorsi politici e atti giuridici siano poco comprensibili. Ha a che fare con il tasso di cultura democratica di un Paese”.

Le metafore sono dappertutto: in letteratura, in poesia, nella pubblicità, nel linguaggio del diritto e, da sempre, in quello politico. Nel 1651 Thomas Hobbes tentò di bandire le metafore dal linguaggio politico, senza successo. “Curioso che una simile proposta sia venuta dall’ideatore di una delle più formidabili metafore politiche di tutti i tempi, quella del Leviatano”.

Riconoscere una metafora non è difficile. È sufficiente prendere in mano un giornale per individuarne diverse, ormai diventate tossiche, ma è difficile darne una definizione. Di solito si prova a spiegarne la natura mettendola a confronto con la similitudine: “Dire ‘La faccia di Cesare era come un cielo in tempesta’ o ‘La faccia di Cesare era un cielo in tempesta’ non è la stessa cosa. L’assenza del ‘come’, quel piccolo salto produce un drammatico scarto di senso”, ha spiegato Carofiglio. La metafora non è solo la figura retorica più potente, è una forma del pensiero, capace al contempo di evocare emozioni profonde e di incrementare la comprensione dell’ascoltatore.

In politica viene spesso usata nel modo peggiore, ovvero per manipolare l’elettorato. Uno degli esempi meglio riusciti in questo senso è lo “scendere in campo” berlusconiano. Nel famoso discorso del 26 gennaio 1994, Berlusconi ha fatto un uso sapiente anche dell’allitterazione. “Diceva: ‘Ho scelto di scendere in campo’. ‘Scelta’ è una parola nobile, che nobilita tutto ciò che segue. Berlusconi è stato geniale perché poche volte gli italiani si sono sentiti uniti come durante le partite della Nazionale, come nel gridare ‘Forza Italia’. Per tantissimi elettori, il suo linguaggio calcistico ha fatto la differenza”. Poco importa che fosse una metafora-strumento di manipolazione, fine a se stessa.

La metafora politica, però, può avere uno scopo diverso da quello commerciale-mediatico di Berlusconi, decisamente più nobile. Può mettere in moto il cambiamento della società, chiamando in causa emozioni viscerali positive. Carofiglio ha ricordato lo slogan della campagna presidenziale di Obama del 2008, “Yes, we can”, originariamente collocato in un discorso metaforico, che recita: “Sì, possiamo. Fu sussurrato da schiavi e abolizionisti mentre tracciavano un sentiero per la libertà”. Un discorso simile mette in moto la parte migliore di chi ascolta e commuove anche chi è estraneo alla storia americana. “In Italia lo slogan di Obama è diventato ‘Si può fare’. Dal ‘sì’ affermativo, si è passati al ‘si’ impersonale. Dal ‘possiamo’, tutti insieme, al ‘può’… Chi? Uno slogan del genere evoca semmai ‘Frankenstein Junior’. È delirante”.

Da quest’altra parte dell’oceano, non si vede neppure l’ombra di quel genere di metafore in grado di evocare il lato migliore dell’elettorato. Carofiglio ne ha avute per Bersani, “il peggior costruttore di metafore”, che pure ha votato, e per Renzi, “abile ma poco umile”. “Renzi usa spesso metafore da lavori pubblici, come ‘asfaltare’, ma la più importante, che ha tirato fuori durante un’intervista rilasciata a ‘La Repubblica’, è stata ‘rottamazione’. Era efficace, ma resta da vedere se dietro c’era una dimensione etica, la molla per un cambiamento della società”.

Per Carofiglio è presto per conoscere il destino di Renzi e del suo armamentario metaforico, ma non depone a suo favore la moltiplicazione ossessiva di hashtag, che tramuta le sue pur efficaci metafore in slogan urlati: “Le metafore che per essere ricordate hanno bisogno di un cancelletto davanti sono metafore dal fiato corto”.

Carofiglio ha salutato il pubblico citando il professor Keating de “L’attimo fuggente”:” Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana”. Il pubblico non gli ha risposto salendo sulle poltroncine del Teatro Carignano, ma con un applauso interminabile sì.

(da www.biennaledemocrazia.it)

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