Il ritorno di Iosonouncane, da Pavese ai Radiohead

Due album, due candidature al premio Tenco. Cinque anni dopo “La Macarena su Roma” (2010), Iosonouncane, Jacopo Incani all’anagrafe di Buggerru (comune sardo un tempo teatro dei primi scioperi generali a inizio Novecento,  oggi posto da cartolina dove surfare), è tornato con “Die“. La sua musica abbraccia più generi (cantautorato, elettronica e psichedelia) e questo lo rende un artista unico, almeno in Italia.

Nei commenti al suo album, su Youtube, c’è un rispettoso “Avrei voluto farlo io”. Si aspettava l’apprezzamento congiunto di critica e pubblico?
“La produzione è stata lunga, a tratti maniacale. Mi aspettavo un riconoscimento per il lavoro, ma il riscontro emotivo non era scontato. ‘Diè è diverso dal precedente, meno verboso. Volevo dare più spazio alla musica”.

In Italia è difficile assistere a periodi di gestazione così lunghi. Lei è una delle eccezioni…
“Il livello della musica indipendente si è abbassato perché si è abbassata l’ambizione dei musicisti. C’è chi si sforza di creare prodotti più curati, e questo viene riconosciuto. Si pensi ai Verdena, con cui condivido la mentalità di chiudersi in studio fino alla completa soddisfazione del proprio lavoro”.

“Die” è un disco che mostra immagini aperte a più interpretazioni. Si vede che lei ha studiato cinema…
“Ho lasciato per pagare l’affitto, lavorando in un call center, ma la passione è rimasta. Fare un disco è come fare un film. Quando scrivo, penso ai movimenti della macchina da presa. I testi di ‘Diè sono nati così, dal voler mostrare dei momenti senza imporne interpretazioni”.

Di cosa parla “Die”?
“Di una donna e di un uomo. La prima guarda il mare, in cui affoga  il secondo. A Buggerru, ho spiegato a un poeta ottantenne, un tempo minatore, di non sapere se l’uomo annegherà o meno. O se sia già morto. Lapidariamente, mi ha detto: ‘È bene che non lo sappia nemmeno tu’. Ciò che non mostri è importante”.

 ’Diè è un album più elettronico rispetto al precedente. Ha strizzato l’occhio ai Radiohead?
“Sì, ‘Kid A’ è uno dei dischi che ha cambiato la mia idea di musica”.

Un disco fatto di opposti, titolo compreso. In sardo significa “giorno”, in inglese “morire”, in tedesco “lei”. Tutti temi che ritornano. Pavese, ne “La bella estate”, sembra quasi recensire il suo disco: “Non c’è niente che sappia di morte più del sole…”
“… in estate della gran luce, della natura esuberante. Tutto vive e si macera in se stesso. La natura è la morte”. La conosco a memoria. Volevo sensazioni contrapposte: il sole accecante, per esempio, mi dava un’idea di cupezza”.

Che rapporto ha con Torino?
“Molti parenti ci hanno lavorato come operai negli anni del boom. È una città di cui, in famiglia, si è sempre parlato”.

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