Il Sudan rinasce nel cuore di Torino

Fadyla è etiope ed è l'unica donna ad abitare nella caserma abbandonata di via Bologna a Torino con un centinaio di rifugiati politici sudanesi

Gli occhi di Fadyla si illuminano quando accettiamo il suo caffè. “Ho solo questo”, avverte prendendo in mano la confezione di solubile. Tra le quattro pareti di cartongesso che è la sua stanza è riuscita a incastrare un fornello da campo. Ai muri sono appese stoffe colorate per coprire gli spifferi e l’intonaco scrostato.  “Qui sto bene” dice sorridendo. A soli 20 anni è andata via dall’Etiopia per arrivare a Torino  e ottenere lo status di rifugiata politica.  Oggi ne ha 24 ed è l’unica donna ad abitare in questa ex-caserma dei vigili del fuoco che tutti  in zona conoscono come la caserma di via Bologna.  “Stiamo parlando di un non-luogo”, spiega Clara Voglino, ex volontaria di Emergency e oggi tra i cittadini volontari del quartiere Barriera di Milano che aiuta i quasi 100 immigrati sudanesi arrivati qui quattro anni fa e che hanno eletto questa struttura abbandonata a loro dimora. Un “non luogo” da cui non vogliono spostarsi.

Occupato con un blitz dal centro sociale torinese Gabrio, l’edificio non è mai stato ristrutturato. Giuridicamente non è eleggibile a residenza,  casca a pezzi e ha bisogno di lavori per essere messo in regola, eppure il Comune di Torino – che ha la proprietà dell’immobile –  continua a pagare acqua e gas perché qui ci abita un’intera comunità.

Fadyla lavora come badante in nero per tutta la settimana, solo mezza giornata. Per arrivare nel suo piccolo spazio privato – appena tre metri quadrati – bisogna passare dall’entrata principale al piano superiore che ospita almeno sei stanze riadattate a dormitorio. Solo tre bagni e una doccia per quasi cento persone. Ci si aspetterebbe un’atmosfera decadente, sporcizia e caos. Invece, i letti sono tutti disposti in file ordinate, per terra non c’è un granello di polvere e non si sentono cattivi odori. Tutto è molto silenzioso. “Quando entro qui dentro avverto un senso di dignità” spiega Clara facendo strada attraverso il dedalo di porte fuori asse e pareti scrostate. “Chi abita qui intorno sa che questa comunità sudanese non ha mai dato problemi nonostante le difficili condizioni in cui si trovi”. Nonostante debbano dormire anche in venti per ogni stanza, nonostante non ci sia acqua calda e l’inverno sia rigido, gli inquilini di via Bologna sono un esempio di civiltà per il quartiere. Al punto che, quando un anno e mezzo fa gli aiuti garantiti dal Comune e dal Banco Alimentare sono finiti, i vicini si sono organizzati e hanno continuato a fornire cibo, sostegno, ma soprattutto amicizia.

Clara Voglino è una ex volontaria di Emergency. Oggi aiuta i rifugiati politici da privata cittadina

Come Fadyla, tutti gli abitanti della ex caserma sono rifugiati politici. La maggior parte proviene dal Sudan, stato africano martoriato da una guerra civile che lo scorso 9 luglio ha portato all’indipendenza della parte meridionale del paese, cristiana e animista, dalla parte nord, a prevalenza musulmana.  “Se questa caserma non viene riabilitata a domicilio – continua Clara –  queste persone non potranno ottenere la residenza torinese”. Senza il riconoscimento in Comune, i rifugiati non possono essere inseriti nei programmi di integrazione sociale e lavorativa elaborati da organizzazioni come Terra del Fuoco. Alcuni tentativi negli anni passati erano stati fatti – un progetto prevedeva la ristrutturazione dello stabile cui avrebbero partecipato gli inquilini a patto però che una parte dei rifugiati lasciasse l’edificio per essere ospitato in strutture temporanee –  ma la comunità sudanese si è sempre opposta pur di non essere sradicata. Ecco perché gli abitanti del quartiere hanno deciso di rimboccarsi le maniche e provare una strada diversa verso l’integrazione.

L’alternativa al volontariato di professione

Alamin è un ragazzo sudanese di 28 anni, il volto tondo e un sorriso spiazzante. Allena la squadra di calcio del suo paese che partecipa al Balon Mundial, torneo per stranieri che ogni anno si disputa a Torino.  Il giorno della partita lo seguiamo in campo mentre incita i suoi che sono sotto di 3 gol contro il Camerun. E quando gli facciamo notare che attorno ai campi da calcio ci sono intere comunità africane a fare il tifo, ma pochi autoctoni, scoppia a ridere. “E perché – risponde – noi non siamo forse torinesi?”. Il torneo è solo uno degli escamotage per promuovere l’integrazione. Gli abitanti del quartiere Barriera di Milano, però, hanno in mente un progetto più ambizioso.  Il 21 giugno, al piano terra di una delle case popolari di via Ponchielli, a pochi metri dalla ex caserma, dispongono una cinquantina di sedie in circolo e invitano tutti i residenti della zona perché conoscano meglio i  rifugiati di via Bologna. Tra gli invitati c’è anche Alamin che ritiene l’iniziativa “utile perché aiuta a farci sentire a casa”.

Alamin, 28 anni, rifugiato politico sudanese durante l'incontro per l'integrazione promosso dagli abitanti del quartiere Barriera di Milano (To)

“In città è pieno di progetti sui rifugiati e per i rifugiati – esordisce Clara che è tra le promotrici dell’incontro – ma mai con i rifugiati”. Sostenere l’integrazione senza intermediari è un processo su cui alcuni nutrono perplessità. Secondo Matteo Saccani, direttore di Terra del Fuoco, “ è vero che nel tessuto sociale torinese è presente una diffusa solidarietà, ma per promuovere l’inclusione sociale servono figure e mezzi professionali”. “Molte persone fanno quello che possono, nel caso di via Bologna c’è chi insegna l’italiano e chi porta loro la spesa”, spiega Matteo. Come  Giorgio De Giorgi, 72 anni ex informatico che per alcuni mesi, tramite l’Associazione Soomaaliya (onlus che opera sul territorio) e grazie ai fondi del Banco Alimentare torinese, è andato a recuperare frutta e verdura fresche ai mercati generali da portare alle comunità africane della città. “Per creare accoglienza e avviare un programma di inserimento nel mondo del lavoro servono fondi e  strutture che lo facciano professionalmente – continua Saccani –  il volontariato puro può aiutare, ma il rischio è che crei una sorta di dipendenza nei rifugiati anziché renderli autonomi”. Eppure il progetto di integrazione avviato da Terra del Fuoco con gli abitanti  di via Bologna è naufragato dopo pochi mesi. “Siamo riusciti a ad avviare programmi di inserimento sociale con famiglie rom,  rifugiati afghani e curdi ma in questo caso, almeno per ora, la comunità sudanese preferisce restare dov’è”.  Secondo Clara Voglino non è stato  instaurato il rapporto di fiducia necessario a iniziare un percorso di amicizia, rapporto che i cittadini vogliono creare attraverso programmi elaborati direttamente dal quartiere.  Una gara di solidarietà che per ora sta dando buoni frutti.

 

 

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