Il TFF chiude i battenti, adelante ma con juicio

registaUna macedonia di film. Il Torino Film Festival, che si è concluso sabato sera, era per tutti i gusti. Dall’horror splatter hollywoodiano al film stile dogma, passando per il musical alla Grease e la tragicommedia comunista. Un festival dedicato soprattutto a chiunque sia andato a vederlo, e sono stati effettivamente in molti.

Registi giovani, produzioni indipendenti, un Sundance sotto la Mole: questo fu lo spirito del Festival ai suoi esordi, questo è stato il senso della sua ventisettesima edizione. La scelta della direzione, affidata a Gianni Amelio, sembra sia stata di non dare impronte personali. Senza binario, priva di una forma prestabilita, questa manifestazione è esplosa in mille direzioni diverse e così è riuscita ad arrivare a molti, più o meno vicini all’arte cinematografica. Per questo motivo seguire il festival è stato un susseguirsi di sorprese: non tutte piacevoli, questo è il rischio da correre, ma almeno quando si esce dalla sala non rimane quella strana sensazione che il cinema appartenga a un mondo a parte. Qui si è rivisto il bello e il brutto, dove il brutto è la mancanza di contenuti, l’assenza di storie e il vuoto di messaggi, tutte cose in cui capita di imbattersi quotidianamente. Sì, perché la qualità tecnica ha raggiunto ormai standard molto alti per tutti ed è su questa base comune che si distingue chi ha idee originali da chi non ne ha, chi ha qualcosa da comunicare o gridare da chi invece no.

Ci sono stati grandi ospiti, Emir Kusturica e Francis Ford Coppola, entrambi chiamati a ritirare il premio Gran Torino per il contributo dato all’evoluzione del linguaggio cinematografico. Alessandra Comazzi sulla Stampa.it scrive bene però: nessuna sfilata, il Festival è stato degli spettatori. Gli organizzatori si meritano un bel voto: sono riusciti a creare intorno all’evento un’atmosfera rilassata, civile e composta. Otto sale hanno lavorato a ritmo continuo per proiettare più di 200 film. Nessuna lamentela né intoppo degni di nota per una settimana di proiezioni non-stop è un buon risultato.

Lungometraggi, corti e documentari dalle Filippine, dall’Australia, dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna e dalla Romania, ma anche molti dall’Italia. Una delle novità di quest’anno, il Premio Cult, offre uno sguardo sul reale con Oil City Confidential. Il Festival però è vinto da Pietro Marcello, al suo secondo lavoro, La Bocca del Lupo, una storia d’amore non convenzionale che ha conquistato la giuria e la critica.

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2 Commenti

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