“Isis, la religione è un pretesto”

Nessuno scontro di civiltà, nessuna guerra santa. L’Isis e il conflitto siriano sono il frutto dell’uso politico della religione. Non ha dubbi Manlio Graziano, docente di Geopolitica delle religioni alla Sorbonne e all’American Graduate School di Parigi. Lo studioso ha incontrato oggi, lunedì 30 novembre, gli studenti di Relazioni internazionali al Campus Einaudi.

“La guerra in Siria non è una conseguenza dello scontro tra sunnismo e sciismo, come si sente spesso dire in giro – ha spiegato –. Come è sempre accaduto nella storia, il potere politico fa della religione un uso strumentale. In questo momento nell’area mediorientale l’Arabia Saudita e la Turchia lottano per impedire il controllo iraniano della Mesopotamia, e l’Isis nasce proprio da questo scontro”.

Secondo Graziano, gli stati e i movimenti nazionalisti nel corso del ‘900 hanno aspirato al controllo della cosiddetta ‘Grande Siria’, ma la religione musulmana non c’entra niente. Una tesi opposta a quella di chi sostiene uno stretto legame tra Islam e fondamentalismo.

“L’origine del conflitto non va ricercata nel Corano – ha proseguito –, ma nello scontro politico. I contenuti e i divieti delle religioni cambiano a seconda delle contingenze e delle necessità, nonostante i libri sacri rimangano immutati. Nell’Islam ognuno interpreta la Sharia come vuole perché non è un corpo di leggi: la Sharia è quello che il potere politico vuole che sia”.

Ma allora perché i conflitti contemporanei si fondano sulla fede? “Negli anni 70 – ha concluso Graziano – la crisi del mondo postcoloniale, quella dello stato nazione e la massiccia urbanizzazione nei paesi in via di sviluppo hanno agito come detonatore di una desecolarizzazione ancora latente: il ritorno prepotente della religione sulla scena politica. L’orientalista Bernard Lewis diceva che non c’è ideale migliore della religione per fare la guerra”.

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