La tragedia dell’Eternit e di Casale raccontata da Silvana Mossano

La copertina di Malapolvere

CASALE. È una ferita ancora aperta: uno squarcio dal quale nasce il dolore che caratterizza un processo non ancora chiuso, come il cammino della ricerca scientifica che procede a rilento perché la case farmaceutiche preferiscono investire su malattie più diffuse del mesotelioma e la vita delle famiglie che continuano a perdere i loro cari a causa della “malapolvere”. È la storia che ha deciso di raccontare Silavana Mossano.

La scrittrice e giornalista de La Stampa ha deciso di scrivere un libro sull’industria leader in Italia nella produzione del cemento-amianto, l’Eternit (azienda svizzero – belga con sede legale a Genova). Il titolo: “Mala Polvere Una città si ribella ai signori dell’amianto” (edizioni Sonda).

Al centro del racconto ci sono gli operai a cui veniva dato mezzo litro di latte al giorno e un fazzoletto (diventato poi una mascherina) da mettere sulla bocca, le uniche precauzioni di cui disponevano tutti quelli che dal secondo dopoguerra hanno lavorato nello stabilimento Eternit di Casale Monferrato (Alessandria). Le conseguenze sono state la morte di migliaia di loro, uccisi dal mesotelioma, la malattia causata dalla “polvere” che si respirava nel centro piemontese come a Cavagnolo (Torino), Rubiera dell’Emilia (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli), le altre città dove si lavorava l’amianto.

Negli ultimi quindici anni la sola Regione Piemonte ha invece speso 37 milioni di euro (altri 6 sono già stati pianificati) per bonificare gli stabilimenti dove si utilizzava l’amianto, o asbesto, l’insieme di minerali la cui lavorazione è diventata illegale in Italia con la legge del 23 maggio 1992.

Fino ad ora i morti accertati in Italia sono circa 2.200 mentre nuove diagnosi vengono fatte ogni giorno, 1.200 all’anno, e il picco di casi potrebbe ancora non essere stato raggiunto. Le fibre di amianto entrano infatti nel corpo di chi le respira rimanendo inattive anche per anni e colpendo i polmoni all’improvviso.

Le 191 pagine del libro raccontano prima la storia della malattia, il mesotelioma visto dagli occhi di una donna che vive il sali e scendi di emozioni e paure dettato da esami dai risultati disastrosi e cure che, a volte, funzionano. Si passa poi alle testimonianze, tutte capaci di trasmettere l’impotenza dei loro protagonisti di fronte a un nemico che può colpire chiunque in qualsiasi momento, anche se con la “polvere” non ci aveva mai lavorato. Tra chi racconta la propria tragedia c’è anche Emanuele Novazio, giornalista inviato all’estero de La Stampa per tanti anni.

La seconda metà del libro è dedicata al reportage che approda a un mega processo nel tribunale di Torino dove se gli imputati sono solo due le parti che si sono costituite parte civile sono 6.337 tra malati e famigliari dei defunti.

Le ultime due pagine sono un appello rivolto ai “signori dell’amianto”. La richiesta di spendere una parte dei guadagni derivati dal minerale cancerogeno per cercare la cura alle malattie e provare a chiudere quella grande ferita che hanno contribuito ad aprire.

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