“Map of Displacement”: storie fotografiche dal Kurdistan iracheno

Map of Displacement è un progetto curato da Stefano Carini e Dario Bosio, fotografi indipendenti dell’agenzia irachena Metrography che, in occasione di “I giovedì di Camera”, hanno mostrato il loro lavoro insieme alla giornalista di guerra Barbara Schiavulli.

La storia, fatta di immagini, video, testi, racconta le vite di coloro che sono fuggiti in Kurdistan dopo la conquista di Mosul da parte dell’Isis nel giugno 2014. “Mentre i media erano concentrati sulla città irachena noi ci interessavamo dell’avanzamento dei profughi verso il sud del Kurdistan, nessuno lo sapeva all’epoca – afferma Carini -. Uno dei nostri fotografi ha attraversato il confine ed è stato il primo a documentare il viaggio dall’Iraq alla Siria. Gran parte della guerra è noia e attesa, ma si vedono anche scene da episodio biblico, quando ad agosto Isis ha iniziato la pulizia etnica sono morte decine di migliaia di persone”.

Le loro foto sono state pubblicate ovunque, riuscendo così a raccontare vite fino a quel momento ignorate: “Per noi è stato un motivo di orgoglio, pensai che stavamo dando immagini che il mondo richiedeva. Abbiamo messo insieme dodici storie visive della regione del Kurdistan conoscendo le persone, come quella di Abdullah, dodici anni, che è scappato non incontrando mai l’Isis, o dei ragazzi che hanno trovato rifugio in una raffineria di petrolio vivendo nei container. Quando Mosul è caduta nelle loro mani, circa 350 mila siriani sono entrati nel Kurdistan iracheno e molte delle persone fotografate non torneranno mai a casa”, conclude Carini.

“Tutti i fotografi di Metrography sono stati sfollati almeno una o due volte nella vita – dice Bosio -. Volevamo mostrare le cose da una prospettiva diversa, ad esempio con “The Shebak” abbiamo raccontato il campo profughi di questa piccola etnia storicamente perseguitata, scattando ritratti di famiglia e chiedendo di mostrarci gli oggetti che avevano scelto di portare con sé quando sono fuggiti. C’erano anelli, giubbotti antiproiettile, chiavi di case che non vedranno più, tazze con la foto del figlio, qualcuno invece non è riuscito a portare via niente”. Uno dei progetti, “Escaped”, riguarda invece le donne fatte prigioniere dall’Isis, violentate e tenute segregate per mesi. Ognuna è fotografata con un vestito da sposa su un fondo scuro e il velo sugli occhi: “Molte sono state portate a Mosul, poi a Raqqa, alcune sono diventate schiave, altre mogli. Raccontano che spesso i miliziani preferivano non ucciderle perché gli piaceva torturarle, molte sono ancora prigioniere”, racconta Bosio.

Le vite di queste persone restano spesso sconosciute, ma qualcuno è riuscito a narrarle, sfidando le paure e le istituzioni: “Chi fa questo mestiere sul campo ha il dovere di scavalcare i media tradizionali per arrivare alle persone – dice Barbara Schiavulli, che prima di questo progetto è stata anche in Darfur, Gerusalemme, Pakistan, Yemen -. E’ un diritto che le persone sappiano cosa stia succedendo, l’unico modo per contrastare la violenza è la conoscenza: infatti la prima cosa che fa ogni tipo di militanza, non soltanto l’Isis, è distruggere la cultura. Tra il 2005 e il 2010 sono stata l’unica a continuare ad andare in Iraq, la Farnesina aveva imposto di non farlo perché il grandissimo rischio di essere rapiti ma era necessario che continuassimo a raccontare un paese. C’è una rete intorno all’Isis che abbiamo il dovere di narrare, già qualche mese prima che si iniziasse a parlarne in Europa c’erano molti casi di ragazzi che scomparivano, soprattutto in Belgio. Erano i foreign fighters”.

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