Muri di silenzio da abbattere: il gruppo sportivo dei sordi si racconta

La crisi degli ultimi anni si è abbattuta gravemente sul welfare italiano e ad accusare il colpo anche il mondo dello sport diversamente abile. Si leva alta quindi, nel suo ottantasettesimo compleanno, la voce del Gruppo Sportivo dei Sordi di Torino (Gss) che intende spiegare le sue battaglie e iniziative al pubblico in un momento di scelte politiche difficilmente comprensibili: proprio nell’anno che ha incoronato la città ‘capitale europea dello sport’ la comunità dei sordi ha assistito alla soppressione delle scuole speciali per bambini e ragazzi.

“Da almeno tre anni non percepiamo contributi pubblici. Non siamo riusciti neppure a entrare in graduatoria per i bandi sovvenzionati dalle fondazioni. – spiega Elisabetta Mascherucci, direttore del gruppo ‘Calcio a 5’ – Paradossalmente, con il passaggio dal cartaceo al digitale, in alcuni casi basta sbagliare una virgola e siamo tagliati fuori”.

Anche quest’anno mancano le facilitazioni per chi educa e assiste i sordi. Un fatto che danneggerebbe soprattutto i giovani, se non fosse per la tenacia, la dinamicità e la voglia di comunicare di questi gruppi, tanto a livello nazionale quanto locale.

A risentirne anche l’integrazione scolastica, che normalmente combatte il rischio di auto-ghettizzazione, e che in Italia risulta essere fittizia: l’educazione di un bambino o un ragazzo sordo coinvolge infatti varie figure dall’assistente alla comunicazione all’insegnante di sostegno, dalla logopedista all’insegnante di ruolo, che nelle scuole degli udenti mancano. Nonostante il sostegno del distaccamento regionale del Miur, che ogni anno divulga notizie che li riguardano tramite circolari alle scuole del territorio (il meeting sportivo regionale aperto al pubblico, organizzato ogni anno a Pianezza), in alcune strutture, tuttavia, le comunicazioni con gli alunni sordi passano con difficoltà. La diffusione capillare dell’informazione invece è essenziale, oltre che l’unico modo per il Gss di conoscere nuovi allievi. “Tra tutte le 15 discipline sportive che abbiamo e 120 soci circa, spendiamo quasi 80 mila euro all’anno. – continua Mascherucci – Le entrate sono pochissime tra tesseramenti e offerte di benefattore, cene e pranzi sociali per autofinanziarci, ma il 60% delle spese proviene dalle tasche dei soci: molti fra coloro che abbiano già un reddito sia autotassano ma sul totale le entrate risultano basse, anche perché molti di noi sono disoccupati o sono studenti.

La grande conquista che il Gss e l’Ente Nazionale Sordi sognano è una scuola in cui la lingua dei segni e la lingua orale vengano insegnate allo stesso modo, così da garantire parità di diritti e una perfetta integrazione, come già avviene in Francia.

“La difficoltà maggiore deriva principalmente dalla poca conoscenza delle abitudini dei ragazzi sordi, della storia della comunità e dagli errori di lessico. Pensiamo a “sordomuti”.” – aggiunge Elisabetta Mascherucci – Nel nostro caso si tratta di una imprecisione giuridica, in quanto la parola non è più utilizzata dopo la modifica della legge 63/2006, che ha sostituito il primo articolo della 381/1970. Anche sul fronte linguistico infatti il nostro paese è indietro a livello europeo: “Nella nostra associazione tutti comunicano usando la Lingua dei Segni e da anni la comunità dei sordi lotta per il riconoscimento della Lis, che non arriva sebbene nel 2009 il governo dell’epoca avesse ratificato la Convenzione sui nostri diritti alle Nazioni Unite. – sostiene la combattiva direttrice – Da allora sono state presentate diverse proposte di legge, ma lo stato Italiano è forse più sordo di noi.”

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