Oggi Charlie, domani chissà

Appena una settimana fa erano in pochi ad essere Charlie. I vignettisti del settimanale satirico, i suoi giornalisti e collaboratori, quelle poche migliaia di persone che lo leggevano e che apprezzavano il suo umorismo dissacrante e politicamente scorretto.

Questa mattina non sono bastate tre milioni di copie a soddisfare la voglia di essere Charlie del popolo francese. In tutta Parigi si sono registrate code alle edicole e il giornale è andato esaurito in pochissime ore, costringendo gli editori a stampare altre due milioni di copie. Le Figaro, il principale quotidiano transalpino, arriva a stento a venderne 300.000.

In questi sette giorni l’Europa intera si è riscoperta improvvisamente unita a difesa dei propri valori, su tutti quella libertà d’espressione che proprio in Francia ha le sue radici storiche. Messe momentaneamente da parte le divergenze politiche e le battaglie economiche, i leader europei hanno marciato a braccetto per le strade di Parigi, in risposta alla minaccia del terrorismo.

Una risposta forse un po’ tardiva, considerando che l’attentato a Charlie Hebdo ha messo in mostra tutta la fragilità dei sistemi di sicurezza e di intelligence occidentali, scatenando il timore di nuovi e imprevedibili attacchi.

I valori democratici che tanto abbiamo faticato a costruire e a far sedimentare nei secoli scorsi, espressi a gran voce anche dalla marea umana che ha invaso la capitale francese l’11 gennaio, sembrano dunque rappresentare l’ultimo baluardo difensivo da opporre alla violenza jihadista.

Charlie Hebdo, fino a poco tempo fa odiato e disprezzato da molti per la sua satira estrema, è diventato un simbolo delle libertà dell’Occidente, e i simboli, così come le parole e i disegni, sono più efficaci delle armi quando ci sono da combattere battaglie culturali.

Il vero interrogativo, a questo punto, è quanto durerà. Per quanto ancora i capi di Stato e di Governo, ma anche noi comuni cittadini, continueremo ad essere Charlie?

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