Palazzo Nuovo: la parola a professori e dottorandi

Qualche giorno fa era comparso, sui vari gruppi Facebook delle facoltà di Palazzo Nuovo, l’appello di un dottorando di filosofia. Diceva “Basta lagne e muoviamoci in maniera sensata”. Si tratta di un tentativo spontaneo per risolvere alcuni problemi che, di fronte all’enorme necessità di trovare una sede agli studenti, passano in secondo piano. La chiusura di via Sant’Ottavio, infatti, non ha creato disagi solo agli studenti, ma anche a tutte quelle comunità che fanno parte del “popolo” di Palazzo Nuovo e di cui si è parlato poco in questi giorni.

Professori, lavoratori, dottorandi stanno vivendo gli stessi problemi dei ragazzi: l’impossibilità di accedere ai propri uffici o alle biblioteche per usufruire dei libri per le ricerche è solo un esempio. Ernesto Sferrazza Papa, il dottorando che aveva lanciato l’appello, ha “proposto una raccolta firme da allegare a una lettera dopo aver parlato con alcuni professori. Abbiamo chiesto la possibilità di aprire delle finestre temporali per poter accedere a testi che sono indispensabili per la ricerca di ognuno”.

La richiesta è stata inviata per risolvere uno dei problemi più impellenti dopo la chiusura della sede umanistica: “Chiediamo che i testi d’esame vengano immediatamente posizionati in biblioteche accessibili in modo da permettere a tutti, anche in una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo, di poter preparare gli esami seguendo la regola del diritto allo studio”.

Deve ancora arrivare una risposta, anche se Sferrazza Papa è fiducioso: “Mi sembra che le istituzioni siano intenzionate a collaborare e a farsi carico non solo dei problemi strutturali, ma anche delle esigenze che non sempre emergono ma che alla fine sono quelle che gli utenti sentono di più. Senza il tavolo della biblioteca posso stare per un po’ di tempo, senza l’opera di Pufendorf per svolgere le mie ricerche no”.

Anche i professori di Palazzo Nuovo hanno dovuto affrontare tutte le conseguenze che la presenza di amianto ha comportato. Bruno Maida insegna storia contemporanea e precisa che “quando sul sito si parla di personale, non si riferisce ai docenti. Noi infatti non abbiamo l’obbligo di stare all’università”. Per questo motivo “giustamente si è partiti dalle esigenze principali e dai tentativi di sistemare studenti e da chi doveva essere a Palazzo Nuovo tutti i giorni per contratto”.

Il primo modo per affrontare la chiusura della sede umanistica è stato il progetto fai da te “adotta un collega: attraverso il passaparola – spiega Maida – i colleghi si sono resi disponibili per ospitare gli insegnanti del Palazzo e dividere con loro lo studio”. Ovviamente questo metodo non risolve il problema ma lo limita. Come tutti, “anche i docenti hanno lasciato nei propri uffici del materiale utile, come i computer o le tesi da correggere. Queste ultime me le sono fatte rinviare dagli studenti. Ma questi sono piccoli problemi risolvibili. Il vero problema, che non si sa come verrà affrontato, sono le biblioteche”.

Le domande che gli insegnati si pongono sono: “Sono sufficienti le misure adottate per garantire un ambiente di lavoro adeguato? Quali sono i tempi reali con cui confrontarci? Perché, se si tratta di una situazione momentanea, le soluzioni prese finora vanno bene, ma se si trattasse di mesi non sarebbe il caso di fare un trasloco vero, consentendo agli insegnanti, e non solo, di accedere agli uffici e alle biblioteche per prendere il materiale necessario?”.

This entry was posted in Cronaca, Notizie and tagged , , , . Bookmark the permalink. Comments are closed, but you can leave a trackback: Trackback URL.