Predire il tempo grazie ai sedimenti marini

Ogni giorno si è ossessionati dal conoscere il meteo di domani, del weekend o dei giorni di vacanza. Spesso, però, le previsioni, sono imprecise o poco affidabili. Quello che solitamente non si sa è che per predire il futuro si utilizzano dati che riguardano periodi relativamente recenti.

“Per poter studiare quello che potrebbe succedere, bisogna capire come il clima si sia evoluto nel passato – spiega Sara Rubinetti, 26 anni, ricercatrice dell’Università di Torino – Si sente spesso parlare di cambiamento climatico, ma molte ricerche si concentrano sulle variazioni degli ultimi secoli, fortemente contaminati dalla presenza dell’uomo. Bisognerebbe invece andare ancora più indietro per capire come il clima cambi autonomamente, senza la nostra presenza”.

Un passo avanti in questo senso l’ha fatto il team di ricercatori coordinato dalla professoressa Carla Taricco del Dipartimento di Fisica dell’Università di Torino. “Noi di Torino siamo 4 climatologi – racconta Rubinetti – e insieme agli oceanografi dell’Università Cà Foscari di Venezia, e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica di Trieste, abbiamo fornito la prima ricostruzione estesa su scala millenaria della variabilità idrologica del fiume Po”.

La ricerca si è concentrata sull’analisi di sedimenti marini accumulati nel golfo di Taranto, che ha permesso di ricostruire le variazioni climatiche nel Nord Italia negli ultimi duemila anni. “Siamo partiti – aggiunge Rubinetti – dalla ricostruzione della portata del fiume Po, per arrivare ad individuare una variazione su scala decennale, ovvero un’alternanza di piene e secche. Il Po percorre il nord Italia ed è quindi legato alla precipitazioni, divenendo un indice della variabilità idrologica”.

Sconvolgono episodi come l’alluvione di due settimane fa nel piacentino, o i numerosi disastri che hanno interessato la zona di Genova, ma fino ad oggi nessuno sapeva che queste alternanze di siccità e alluvioni sono un fatto costante da almeno duemila anni. Siamo attualmente in una fase di alternanza ma non ai livelli registrati nel passato. Per esempio, il lungo periodo freddo dal 1600 al 1800 circa, noto come ‘piccola età glaciale’, fu ancora più ostile per gli abitanti della pianura padana, poiché si verificarono frequenti alluvioni catastrofiche, alcune delle quali documentate nelle cronache locali.

“La nostra è una ricerca originale – spiega la professoressa Taricco – perché abbiamo trovato come ricostruire la climatologia del nord Italia per ben 2000 anni. Per farlo siamo andati a leggere le informazioni in micro organismi nel golfo di Taranto. Le acque del Po sfociavano nell’adriatico divenendo la causa di variazioni nell’habitat degli animaletti che stavamo monitorando”.

Il team ha, quindi, percorso una strada non convenzionale, basandosi su dati precisi e raggiungendo un risultato verificabile. I sedimenti analizzati nel golfo di Taranto infatti sono molto affidabili, grazie alla possibilità di un’accurata datazione degli stessi resa possibile dalla presenza di tracce delle eruzioni vulcaniche del Vesuvio. La validità dei risultati è stata poi verificata da una ricerca di documentazione negli archivi storici.

“Continueremo a collaborare come team – conclude la professoressa Taricco – perché dai sedimenti si possono ricavare molte altre variabili, come ad esempio, la temperatura del passato. E potremmo arrivare a fornire dati anche molto più indietro nel tempo”.

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