San Salvario in 15 anni, il regista torinese Verra: ”Meglio la movida che la cupezza anni 90”

Luca è un giovane – come

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lo è, oggigiorno, chi viaggia verso i quaranta ma ancora

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non ci è arrivato – che vuole guadagnarsi da vivere con una macchina fotografica attaccata al collo. Ma che non ci riesce. Perché «sui giornali ci vanno foto di cronaca, non foto con il tuo punto di vista», gli viene detto. Per motivi economici, pur restando a Torino, è costretto a trasferirsi. Va, senza nemmeno visionare casa, nell’alloggio più conveniente che trova. Va a San Salvario. È il 1999.

Luca è il protagonista di Benvenuto in San Salvario, cortometraggio diretto dal regista torinese Enrico Verra che gli valse l’European Academy Award. Da quel documentario sono passati quindici anni e di cose ne sono cambiate parecchie. Oggi, i Luca alla ricerca di un’abitazione a buon mercato andrebbero altrove. Di certo non nel quartiere della movida cittadina, dove il prezzo al metro quadro oscilla intorno ai 3.500 euro. «Avessi girato il film nel 2014 – conferma Verra – il mio Luca avrebbe scelto Barriera di Milano».

Ma com’era, San Salvario, alla fine degli anni Novanta? «Era un grande luogo di spaccio, per le strade c’erano fiumi di eroina. Droga pesante, insomma. Un giorno stavo camminando in una via della zona e poco distante da me era in corso una retata della polizia. Nella direzione opposta rispetto al punto del blitz, c’era uno spacciatore che camminava a passo svelto. Dietro di lui, dodici o tredici fantasmi, tutte persone in astinenza, che lo inseguivano per comprare la droga. È una scena che ricorderò per sempre». Poi la situazione, anche per merito della movida e dei locali aperti, è migliorata: «Era un quartiere cupo, carico di tensioni – racconta il regista – un giorno c’era un corteo anti immigrati e il giorno dopo uno pro. Gli italiani volevano scappare, fuori dalle abitazioni erano affissi i cartelli

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di vendesi e i negozi chiudevano. Nel corso degli anni c’è stata una svolta, partita per lo più dal basso». Ma San Salvario, per buoni tratti, è rimasta uguale. «Ancora adesso costituisce un’antologia completa di strati sociali: media e alta borghesia, studenti, immigrati, poi la comunità valdese e quella ebraica. Questo è il punto di forza del quartiere, cioè l’essere una sovrapposizione di culture diverse».

La gestione della movida, in città, è un problema molto sentito che suscita da mesi reazioni opposte. Verra, su questo punto, è abbastanza categorico: «Posso capire chi vive lì e si lamenta, ma se per fermare qualche schiamazzo si limitasse il quartiere, facendone venir meno la vivacità, sarei contrario. La ricchezza e la varietà di San Salvario sono una peculiarità da tutelare. Insomma, meglio la movida di oggi che la cupezza di fine anni Novanta. Pensiamo ai Murazzi e a quanto quella zona abbia perso con la chiusura dei locali: se il Po si chiamasse Senna e se su “Murazzi” l’accento cadesse sulla “i”, alla francese, quel posto sarebbe un gioiello tenuto benissimo». Insomma Verra, ce la dica tutta: «Beh, avessi vent’anni sarei a San Salvario tutte le sere».

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Un Commento

  1. Posted 13/11/2016 at 15:31 | Permalink

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