Sciopero alla rovescia: “gli invisibili” della ricerca si raccontano

Università, lavoro e una selva di contratti: i ricercatori “non strutturati”, ovvero non associati e non ordinari, non ci stanno a sentirsi accademici di serie B e si mobilitano in tutto il Paese con proteste atipiche durante l’intero mese. Oggi tocca a Torino e Firenze, ma si attende un coordinamento nazionale.

“Se non siamo considerati dei lavoratori, allora protesteremo alla rovescia”  spiega Davide Donatiello, mentre ripiega una delle t-short con il logo #ricercaprecaria. La loro è una nobile fonte di ispirazione, che in qualche modo si rifà allo “strano” sciopero dei braccianti guidato da Danilo Dolci il 2 febbraio 1956.

Nel cortile del Rettorato dell’Università in Via Po, al riparo dalla pioggia battente, i ricercatori hanno condotto mini-lezioni in pillole da 10-15 minuti, ciascuno sul proprio ambito di studio, aperte a tutti i cittadini. Gli argomenti: dal mercato del lavoro, alla fisica delle particelle, dalla biologia alle neuroscienze.

“Vogliamo che la gente sia informata sull’importanza del nostro lavoro e sugli ambiti di cui ci occupiamo – afferma Joselle Dagnes, una delle ricercatrici – La nostra iniziativa nasce dopo che il 15 Dicembre scorso il ministero ha bocciato l’estensione dell’indennità di disoccupazione per noi “atipici”.

I ricercatori “non strutturati” in Italia sono circa 60.000, 3000 solo nell’Università di Torino, dove la media (il 60% dei totali) è più alta di quella nazionale (57%) e abbraccia tutte le figure legate alle strutture universitarie e parauniversitarie da un’ampia varietà di contratti (annuali, biennali, a progetto) lasciate fuori dal Jobs Act, ma senza nessun orizzonte a lungo termine e senza tutele fra un periodo e l’altro.

“Abbiamo avuto un grande sostegno sia da parte degli studenti sia da parte dei professori ordinari. – prosegue Dagnes -. Addirittura le direzioni e i consigli di alcuni dipartimenti hanno approvato mozioni di appoggio a noi ricercatori”.

“Negli ultimi quattro anni, ci sono piovute addosso parole di ogni tipo: “Bamboccioni , choosy, mammoni, sfigati, ma nessuno tiene conto che spesso allontanarsi più tardi da casa e non accettare il primo impiego che ci viene offerto è una scelta razionale” afferma Marianna Filandri, ricercatrice presso il dipartimento di culture, politica e società.

“Nelle nostre ricerche spesso è la curiosità personale a tracciare la strada, ancor più che un obiettivo prestabilito” dicono invece Simona Perga e Antonina Germano di Biologia Molecolare.

Ancora una volta, quindi, l’Italia non assegna alla ricerca la dignità di “lavoro”, come succede, invece, in altri paesi europei, e ricercatori chiedono al Paese di non allevare talenti per poi bistrattarli: una voce che si leva alta, soprattutto all’indomani della pubblicazione dei dati  che ci vedono secondi dopo la Germania per numero di accessi all’ERC.

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