Start up weekend, non solo innovazione ma lotta alla crisi

Inizia domani la tappa torinese di Startup weekend, la più grande iniziativa a livello mondiale nell’ambito delle start up competitions. Fino al 10 giugno negli spazi di I3P, l’incubatore imprese innovative del Politecnico in via Carlo Boggio 59, imprenditori, designer, studenti e investitori si incontreranno per condividere le loro esperienze ed avviare nuovi progetti comuni.

Per l’occasione Dario Peirone, economista dell’Università di Torino, racconta la situazione delle start up in Italia e delinea possibili prospettive per il nostro Paese.

Dario Peirone, economista dell'Università di Torino

Quale la situazione delle start up italiane?

In Italia le idee non mancano: sono tanti i giovani che grazie a programmi e iniziative di vario genere viaggiano per il Paese presentando progetti e cercando di costruire start up. Il problema vero è che la crescita di queste aziende può avvenire con il supporto di una filiera. Il segreto del miracolo economico di Israele è stato proprio quello di creare un sistema che consentisse di partire da un progetto per arrivare alla quotazione sul mercato azionario. In Italia ci sono eccellenze sparse in vari punti della filiera: esistono ottimi programmi di scouting, incubatori universitari di alto livello, parchi tecnologici attrezzati e centri di ricerca all’avanguardia. Quello che manca è un sistema capace di coordinarli, in grado di creare valore ad ogni passaggio.

Che cosa comporta questa carenza?

La conseguenza è che le nuove imprese in Italia spesso non riescono a crescere come dovrebbero. Molte addirittura vengono tenute in vita artificialmente negli incubatori, che vengono spesso giudicati dal numero di start up esistenti all’interno e dalla percentuale di sopravvivenza di queste. In Inghilterra alcuni incubatori hanno iniziato ad essere valutati in base alla quantità di fondi raccolti sul mercato, per avere un indicatore che tenga conto anche della redditività e della potenzialità dell’impresa. Se la start up non cresce non crea lavoro. E se non crea lavoro non contribuisce alla crescita del Paese.

Le start up possono rappresentare uno dei motori di sviluppo per l’Italia?

Potrebbero. Negli Stati Uniti la creazione di posti di lavoro netti negli ultimi dieci anni è avvenuta solo grazie alle nuove imprese. Israele ha investito su imprenditorialità e innovazione per necessità e in meno di due decenni si imposta come una delle nazioni a più alto contenuto tecnologico. Anche l’Italia è stata la start up nation d’Europa nel periodo del miracolo economico, tra gli anni ’50 e ’60. Se siamo stati capaci di rilanciare l’economia una volta possiamo farlo anche ora, basterebbe uno sforzo di sistema, anche se ho l’impressione oggi la classe dirigente non possieda le competenze per promuovere questo sviluppo.

Che cosa manca all’Italia per reagire alla crisi?

Sessant’anni fa c’è stato uno sforzo strategico, la classe dirigente italiana era radicalmente diversa da quella attuale, non era concentrata solo su ciò che accadeva nel presente ma era proiettata sul futuro e architettava strategie a lungo termine. Persone come De Gasperi e Einaudi hanno fatto un immenso lavoro di ristrutturazione dell’economia italiana, per esempio con la creazione dell’Iri e dell’Eni, degli azzardi per l’epoca che, in seguito, si sono rivelate scelte lungimiranti. C’erano bisogni oggettivi e si tentava di rispondere con delle visioni strategiche. L’Eni è stata creata perché l’Italia non possedeva materie prime e doveva trovare petrolio a basso costo per supportare il rilancio della propria economia. Questi progetti erano poi finanziati dal Piano Marshall. C’erano i mezzi e le strategie. In questo momento ho l’impressione che manchino entrambi. Dopo gli anni del boom, lo sviluppo italiano si è basato largamente sul manifatturiero tradizionale e ha vissuto su svalutazioni della moneta per recuperare la competitività sul prezzo. Nel momento in cui questo sistema si è arrestato i nodi sono venuti al pettine. E solo le aziende che saputo investire sono sopravvissute.

Da chi deve arrivare la svolta?

Di solito prima o poi emerge qualche attore privato che riesce a smuovere il mercato. Per esempio prima di Grom il gelato non era visto come un prodotto da esportare o legato a strategie di marketing. Adesso, invece, molte gelaterie hanno iniziato a  seguirne il modello. I giovani in questo momento di crisi hanno la possibilità di sperimentare nuove soluzioni con molta più libertà rispetto al passato. Viviamo in una fase dove chi ha le idee e le capacità di innovare può farsi notare anche grazie agli strumenti offerti dalla rete. Il web permette la formazione di network e la creazione di contatti non limitate all’ambito geografico e familiare, come avveniva negli anni ’60. Sono fiducioso per il futuro dell’imprenditoria italiana e credo che la spinta più forte arriverà dal basso.

 Sullo stesso argomennto leggi anche Un weekend per le start up sotto la Mole

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