Futura

15/02/2016

“Il cortile dietro le sbarre”, 35 anni dalla parte degli emarginati

Don Domenico Ricca non è un sacerdote come gli altri. Da 35 anni, infatti, è il cappellano del Ferrante Aporti, il carcere minorile di Torino. Sulla sua storia la giornalista Marina Lo Munno ha scritto un libro, “Il cortile dietro le sbarre”. Una raccolta delle memorie personali del salesiano, ispirata e dedicata alla figura di Don Bosco, per il bicentenario della nascita celebrata lo scorso anno. Dopo il lancio avvenuto all’ultima edizione del Salone del Libro, il volume sarà presentato oggi alle 17,30 all’Urp del Consiglio Regionale del Piemonte. Il racconto della vita e del lavoro di Don Ricca, meglio conosciuto come ‘Don Mecu’, nasce anche per aiutare in modo concreto i ragazzi del Ferrante Aporti: i diritti d’autore della vendita saranno devoluti, infatti, a chi opera per la loro riqualifazione umana e civile.

Inizialmente Don Ricca non voleva farlo questo libro: “Perché non è nelle mie corde raccontarmi – spiega il sacerdote – e non mi piace mettermi in mostra. Ma ho cambiato idea, e per dei motivi concreti. Il bicentenario di Don Bosco, essendo io un salesiano, gli amici che mi hanno stimolato a raccontare questi 35 anni e, infine, l’incontro con Marina”. Il libro non si propone solo come un’analisi sul sistema giudiziario minorile, perché le tematiche trasversali sono tante. “L’attualissimo discorso dell’immigrazione – prosegue Don Ricca – la vita delle ragazze in carcere, il ruolo della famiglia, il tutto condito con alcuni appunti e memorie relative al mio impegno di salesiano. Credo che le esperienze personali vadano condivise affinché diventino strumento per gli altri.

I più vecchi hanno il dovere di fare ‘memoria’, perché quella memoria alla lunga rimane e incide sul futuro dei ragazzi”.
Di ragazzi Don Mecu ne ha visti tantissimi nel corso di questi anni: “Per me sono tutti uguali, tantissime facce e tantissime storie, non posso ricordarne solo uno in particolare ma, anche se fosse, non ne parlerei. Non bisogna pensare di cambiargli la vita subito perché è nella relazione con loro che nascono i momenti più profondi di partecipazione, facendo una proposta religiosa che sia meno integralista possibile”.

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