Futura

07/04/2016

Contro lo spreco alimentare, Torino contagia la cintura

Filed under: Cronaca,Notizie — Tag:, , , , , , — Maria Teresa Giannini @ 11:19

Tutta un’altra pasta, ma anche tutto un altro welfare. Gli esperimenti partiti a Torino alcuni anni fa e diffusisi a macchia d’olio in molti dei suoi mercati, partono ora nei comuni della cintura Ovest e Sud della città, mostrando come sia possibile aiutare le fasce più deboli della cittadinanza in modo inclusivo e alternativo.

A Collegno arriva “Fa bene diffuso”, una sorta di upgrade del progetto “Fa bene” che, come nel caso di Torino, consiste nella raccolta di cibo invenduto che raggiunge le famiglie più bisognose tramite un servizio di consegna a domicilio con bici-cargo.

Un’iniziativa che dal capoluogo piemontese ha contagiato anche la vicina Moncalieri, questa volta sotto il nome di “Tutt’altra pasta”: finanziata dalla Compagnia di San Paolo, vede fra i suoi partners non solo il Comune ma anche l’unione delle città limitrofe, come Trofarello e La Loggia. All’iniziativa che, fra venerdì e martedì mattina coinvolgerà i mercati del centro storico e di Borgo Aje, partecipano, anche l’ associazione “Banco Alimentare” e le due parrocchie santa Maria Goretti e San Vincenzo Ferreri, che lavora da tempo a progetti in ambito alimentare. Tantissimi i bar, pastifici e le panetterie, oltre ai comuni cittadini, coinvolti.

Il Piemonte quindi continua sulla strada del contrasto allo spreco, sulle orme dalla legge votata nel giugno 2015 dalla Regione Piemonte, l’unica insieme alle Marche in cui si sia aperto un dibattito appasisonato sul tema.

26/02/2016

Bufale e notizie frettolose: quando i social seminano allarmismo

di Azzurra Giorgi e Gianluca Palma

Frutta con l’Aids, cani randagi portati in Cina per essere mangiati e topolini impanati. Sono solo alcune delle bufale che si leggono ogni giorno, specialmente sul web e sui social network, dove le notizie rimbalzano di pagina in pagina, da un account all’altro.
“Ci caschiamo tutti, non abbiamo elementi di difesa” afferma Peppino Ortoleva, docente di Scienze della Comunicazione dell’Università di Torino, nella lezione “Tra cancri immaginari e vermi improbabili” al Festival del giornalismo alimentare, moderata da Antonella De Santis del “Gambero Rosso”. I modi con cui vengono comunicate le bufale sono molteplici: dalle fonti sbagliate o inesistenti , ai siti che sfruttano la somiglianza col nome di testate nazionali sperando che l’utente non se ne accorga.
Claudio Michelizza e David Puente sono due giornalisti di Bufale.net, che cercano ogni giorno di smascherare notizie sbagliate e confermare, invece, quelle vere: “Questo tipo di notizie può raggiungere anche trecento o cinquecento mila condivisioni, le smentite spesso soltanto mille” afferma Michelizza. Soprattutto in Italia le rettifiche non soltanto non vengono considerate, ma spesso arrivano anche con netto ritardo, quando ormai la diffusione del falso si è già propagata. “Gli argomenti caldi sono quelli che ci toccano da vicino – dice Puente – quindi la carne cancerogena o con l’aids e le birre con sostanze tossiche. Alcuni studiano quel che interessa alle persone e lo sfruttano per guadagnarci ricavi pubblicitari dati dalla condivisione della notizia”. Un meccanismo pericoloso, specialmente perché spesso danneggia aziende o cibi, che non vengono più comprati: “Le bufale puntano sull’allarmismo, ultimamente si toccano spesso cibi esotici, come il sushi o il kebab che si diceva fosse fatto con la carne di topo” dice Michelizza.
Queste informazioni, però, non sono frutto dei social, ma hanno radici lontane: “appartengono alla società umana, prima si diffondevano con le voci – commenta Ortoleva – Vengono raccontate per vari motivi, economici, perché si pensa che siano divertenti oppure in buona fede. I giornalisti in questo sono scoperti, sono una categoria indifesa per la fretta con cui devono muoversi”. Proprio per questo, secondo Michelizza l’unica arma per proteggersi è il controllo: “Quello che possiamo fare è non condividere subito, ma leggere e impiegare le nostre risorse e il nostro tempo per essere sicuri che la notizia sia vera”.

25/02/2016

Dal critico enogastronomico al food blogger: scontro tra generazioni?

Sono passati i tempi in cui il critico enogastronomico era l’unica autorità per chi cercava un buon ristorante o un’enoteca. Blog, social network e Youtube hanno dato spazio ai food blogger, storyteller – non per forza giornalisti – capaci di raggiungere milioni di persone con le loro ricette e le loro opinioni. Il nodo resta quello della qualità dell’informazione alimentare. Il food writer che, per un attimo, smette di proporre ricette ai suoi seguaci e si sofferma sulle caratteristiche nutrizionali della melanzana sta facendo informazione. È davvero in suo potere? Sul tema si sono confrontati durante uno dei panel del Festival del giornalismo alimentare, Anna Maria Pellegrino, in rappresentanza dei food blogger, Massimo Bernardi di Dissapore.com, lo scrittore Gigi Padovani, Paolo Marchi di Identità Golose e Rocco Moliterni, giornalista alimentare del quotidiano La Stampa, moderati da Marco Trabucco della Repubblica.

“I food blogger, a differenza dei critici enogastronomici, sono nativi digitali: il mezzo è cambiato, ma non è così importante – ha esordito Pellegrino -. È la bravura di chi scrive che fa la differenza. E poi è importante avere rispetto di chi cucina. Io non mi permetterei mai di uscire da un ristorante e criticare a spada tratta. Sono una cuoca e so che è facile tagliarsi un dito e non riuscire a impiattare”. Per Trabucco invece: “Io non racconto per il cuoco che si è fatto male, ma per la gente che deve decidere se andare in quel ristorante. In qualunque ambito, se faccio un errore ne pago le conseguenze”. Pellegrino ha ribadito che se i food blogger hanno deciso di associarsi è proprio perché vogliono comprendere, sempre con rispetto, tutti gli aspetti che riguardano il cibo: “Abbiamo uno statuto in rete, con regole severissime. Se un food blogger scrive ‘Oggi ho fatto un brodino perché ho mal di pancia’, perde subito credibilità, seguaci ed eventuali clienti”. E ha aggiunto: “Un vero food blogger deve avere un piano industriale del proprio blog”.

Paolo Marchi di Identità Golose ha posto poi una questione spinosa: “Nonostante l’Ordine dei giornalisti, su Internet possono scrivere persone che non hanno superato un esame di Stato. Prima si occupavano di cibo solo alcune grandi firme, tenute in altissima considerazione dai lettori, oggi bisogna distinguere tra food writer e critici. Quest’ultima professione è esercitata da pochissimi perché è molto più facile essere invitati in una cantina che andare in un ristorante a farne una critica. C’è il rischio che ti presentino il conto”.

Secondo Gigi Padovani, si può fare una distinzione tra la cronaca gastronomica di chi fa storytelling e la critica, che ha una serietà diversa. “In 10 anni di guide per l’Espresso, ho imparato alcune regole. Innanzitutto, nessun pasto è gratis. Se scrivi per i clienti, devi porti nei confronti del ristoratore come un cliente. Ancora: mai farsi aspettare, rispettare il lavoro altrui, non porsi in un atteggiamento giudicante, valutare il rapporto qualità-prezzo”. Padovani ha anche osservato che ormai sono proprio gli studenti di materie enogastronomiche a non dare più credito alle guide, preferendo informarsi su Trip Advisor ma avverte: “Scaricare una guida costa 7-8 euro. Se prendete un bidone per colpa di Trip Advisor, ne spendete di sicuro molti di più”.

Moliterni, esperto di arte oltre che di critica enogastronomica: “Tutti possono pensare ‘che ci vuole?’ guardando un taglio di Fontana, dimenticando che era il punto di approdo di una lunga ricerca. L’elaborazione che ha dietro un piatto non porta ancora nessuno a dire ‘che ci vuole?’ però c’è chi sostiene che la cucina tradizionale è l’unica che va riconosciuta, dimenticando che ciò che conta è un’arte che dà emozione e arriva alla fine di un processo di teorizzazione”. Moliterni ha anche aggiunto: “Sia nell’arte sia nella cucina ci sono i cialtroni ed è lì che diventa importante il discorso critico. Ci sono nuovi strumenti e devono portarci a confrontarci sul linguaggio che usiamo per parlare di cibo”.

È uno scontro generazionale? Secondo Marchi sì: “Non mi interessa l’età di chi mi manda un articolo, ma che sia fatto bene. Su certi strumenti io sono a zero totale. È fisiologico. Mia madre con il Betamax non riusciva a fare avanti-indietro. Le davo della vecchia… era vecchia, come me rispetto ai miei figli”.

Per Bernardi di Dissapore.com, la dicotomia carta/web è un falso problema. “Bisogna essere su carta, su Internet, sul mobile. È importante ciò che si scrive”. E ha chiuso con una provocazione: “Sfatiamo la regola: a me capita spesso di non pagare il conto. Sono meno credibile per questo?”.

05/02/2016

Torino e lo spreco alimentare: ogni anno redistribuite 1000 tonnellate di cibo

Si celebra oggi la Giornata Nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare. Appena ieri, la Francia si è dotata di una legge ad hoc, che regolamenta e punisce il gaspillage alimentaire, ovvero lo spreco di prodotti ancora commestibili. In Italia siamo indietro: in un anno si gettano nella pattumiera generi alimentari per 8,4 miliardi di euro, ma esistono buone pratiche come quelle messe in atto, anche in Piemonte, da diverse catene di supermercati e discount.

Ad esempio Auchan, che, a novembre, aderisce alla Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, e che sostiene, durante tutto l’anno, la fondazione “Banco Alimentare”, recuperando prodotti del valore di circa 200 milioni di euro. Inoltre, per arginare lo spreco di cibo, in tutta Italia i supermercati di questa catena vendono il pane del giorno dopo con la denominazione ”pane secco” e donano ai parchi faunistici italiani gli scarti di macelleria.

“Quotidianamente recuperiamo eccedenze alimentari da molteplici donatori, riducendo lo spreco e dando agli alimenti ancora commestibili nuovo valore” – spiega Salvatore Collarino, presidente del Banco Alimentare del Piemonte -. Tra le varie iniziative, c’è il programma “Siticibo”, adottato ovunque in Italia. Nella nostra regione sono 180 i supermercati che aderiscono al programma, di fatto tutte le grandi catene, dove, a volte settimanalmente, in alcuni casi giornalmente, recuperiamo ciò che viene ritirato dagli scaffali perché a brevissima scadenza”.

I prodotti sono i più vari: si va dallo yogurt ai generi alimentari a lunga conservazione che non possono essere più commercializzati per diverse ragioni. L’esempio classico sono le confezioni di pelati tenute insieme da un cartoncino comune che, se si rompe, non possono essere vendute singolarmente. Di per sé la confezione del prodotto è integra, altrimenti non potrebbe essere distribuita neppure a scopo sociale, ma per chi può permettersi di fare la spesa non è più appetibile. “Siticibo non coinvolge solo i supermercati, ma anche, per esempio, il Centro Agro Alimentare di Torino – continua Collarino – dove raccogliamo, con cadenza bisettimanale, circa 380 tonnellate di cibo in un anno. Supermercati e Caat insieme valgono circa 1.200 tonnellate di prodotti sulle 6.500 che raduniamo e ridistribuiamo nell’arco dell’anno (dati 2015)”.

La cultura e la sensibilità sia delle persone sia delle aziende verso le tematiche dell’ambiente e dello spreco alimentare, anche grazie a Expo, è aumentata negli ultimi anni. “Non è più un problema coinvolgere i supermercati. Il cibo che raccogliamo viene ripartito tra diverse strutture caritative, che si occupano di assistere gratuitamente le persone in difficoltà”, aggiunge Collarino.

Se da una parte c’è il Banco Alimentare che, in una logica assistenziale, provvede, anche grazie ai centri di ascolto Caritas, a donare cibo alle persone in difficoltà, come spiega Ivan Andreis, responsabile dell’area animazione della Caritas di Torino: “Dall’altra ci siamo noi. La Caritas ha uno scopo pedagogico, quello di animare le comunità locali, e quindi sostiene progetti con una logica diversa, come “Fa bene”, la “legge del buon samaritano” (n.155, entrata in vigore il 16 luglio 2003) e l’attivazione delle comunità locali affinché, a partire dall’attenzione allo spreco, si mettano in piedi iniziative culturali legate al cibo, all’ambiente e alla solidarietà”.

Un altro canale importante contro lo spreco è quello dei cibi cotti non distribuiti dalla grande ristorazione collettiva. Dalle mense di aziende come la “Fiat” agli ospedali, sono 26 le cucine per grandi numeri da cui il Banco Alimentare del Piemonte raccoglie tutto ciò che non viene servito: circa 100mila porzioni di cibo cotto che, se non fossero raccolte, un minuto dopo finirebbero nella discarica più vicina.

29/01/2016

Due app insegnano la sostenibilità alimentare ai ragazzi

Filed under: Notizie,Young — Tag:, , , , , , , , — Sabrina Colandrea @ 17:35

“Per il suo compleanno Robin decide di preparare la torta di mele più buona del mondo…”. Inizia così il racconto-gioco “La torta di Robin”, una delle due applicazioni educative sullla sosteniblità alimentare sviluppate dal torinese Davide Giachino nell’ambito di “EAThink2015 – Eat local, think global”. In un percorso interattivo alla scoperta degli ingredienti giusti, attraverso mercati agricoli, allevamenti e botteghe solidali, “La torta di Robin” insegna il consumo consapevole ai bambini delle scuole elementari. Il gioco termina con la preparazione, insieme alla nonna di Robin, della torta più buona del mondo. Buona non solo per il sapore, ma anche per la salute e rispettosa nei confronti dell’ambiente.

E c’è un altro gioco che viene in soccorso di scuole e genitori per insegnare ai ragazzi la stagionalità dei prodotti agroalimentari. “EAThink Game”, applicazione interattiva, sempre ideata da Giachino, dedicata in questo caso agli studenti delle scuole secondarie. Attraverso tre diversi videogiochi, i ragazzi potranno confrontarsi con la produzione, la distribuzione e l’acquisto di prodotti alimentari equi e sostenibili. Si tratterà di scegliere i semi migliori da piantare, di far scendere nel terreno solo le gocce di pioggia, bloccare i pesticidi, prediligere prodotti a km zero invece che quelli a più alto consumo di CO2, e così via.

“Le due app che ho sviluppato sono disponibili in 12 lingue, quelle dei partner di EAThink 2015”, spiega Davide Giachino dell’ong Cisv, che fin dalla fondazione, nel 1961, si impegna nella lotta contro la povertà e per i diritti umani. “Spero di aver fornito a insegnanti ed educatori due strumenti utili per coinvolgere i ragazzi mediante contenuti multimediali, memory e giochi d’intrattenimento di fruizione immediata”.

Il progetto EAThink 2015, finanziato dall’Unione Europea, mira a rafforzare gli strumenti critici dei ragazzi perché rispondano alle sfide via via più complesse imposte dallo sviluppo globale. E lo fa coinvolgendo non solo gli studenti delle scuole primarie e secondarie, ma anche gli insegnanti. In un mondo che cambia sempre più rapidamente dal punto di vista sociale, politico ed economico, infatti, diventa centrale il ruolo degli educatori, i soli in grado di fornire ai giovani gli strumenti necessari per diventare cittadini globali consapevoli.

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