Futura

06/04/2016

Facebook censura la gravidanza. La Fondazione Pardi: un pancione non è un “contenuto sessuale”

Un post censurato da Facebook

Un pancione nudo avvolto in un abbraccio, un neonato con gli occhi socchiusi allattato al seno: non ci sono immagini più chiare e belle per descrivere quel momento speciale della vita di una donna che è la gravidanza. Ma l’algoritmo di Facebook non è d’accordo, interpreta quelle fotografie come “contenuti di nudo” che offendono gli “standard della comunità” e le censura. Negli ultimi 3 anni, la Fondazione Giorgio Pardi di Milano ha ricevuto continui richiami dal social di Mark Zuckerberg a causa delle immagini della sua campagna informativa “Ama Nutri Cresci”.

“La Fondazione ha stanziato un piccolo budget mensile per promuovere contenuti scientifici utili per la salute delle donne incinte”, racconta Sabino Maria Frassà, segretario generale della Fondazione e vincitore, nel 2015, del premio per il Miglior Ricercatore under 36 al Congresso Nazionale SINU (Società Italiana di Nutrizione Umana). “Per esempio, abbiamo informato il nostro target, le donne italiane dai 18 ai 42 anni, della necessità di consumare pesce regolarmente in gravidanza per limitare il rischio di depressione post-partum, ma Facebook ha censurato i nostri post”.

Al link www.facebook.com/communitystandards/?letter, si legge una lettera agli utenti Facebook con la doppia firma di Monika Bickert, capo del settore Global Product Policy, e di Justin Osofsky, vice presidente del settore Global Operations, responsabili dei team che stilano le regole sui contenuti. I manager elencano le tipologie di post che potrebbero essere oscurati nel tentativo di rispettare le sensibilità della variegata community del social. Tra queste, nessuna fa venire in mente la gravidanza, a meno di non ritenere un pancione nudo un “riferimento esplicito al sesso”. “Proprio così: non si parla mai espressamente di donne incinte, ciò nonostante ci è stato impedito di sponsorizzare i nostri messaggi scientifici”, conclude Frassà.

Una copertina del “Time”

Due settimane fa, nel corso di una telefonata con la Fondazione, una non meglio identificata centralista di Facebook ha faticosamente ammesso che un pancione non è un contenuto sessuale, ma ha rimarcato che, per il momento, le regole restano immutate. Da quella ammissione è nata l’idea di pubblicare una lettera aperta perché la collettività si interroghi sulle reali responsabilità dei social network. “Nessun quotidiano può contare su un numero di lettori alto quanto quello degli utenti Facebook. Chi è allora l’editore?”, si interroga la Fondazione. “Chi si sente davvero offeso da un pancione? Fin dove può spingersi il nostro essere democratici? Non abbiamo mai ricevuto contestazioni dirette da parte dei follower della nostra pagina in merito a quelle immagini”.

Anche Anna Masera, garante dei lettori de La Stampa e autrice del libro “Internet, i nostri diritti”, presentato ieri al Circolo dei lettori, ritiene che sia importante parlarne. “Facebook è più potente di un editore tradizionale e applica le sue regole, che non sempre sono le stesse di chi scrive gli articoli”, commenta. E aggiunge: “Come le case discografiche sono ostaggio di I-tunes, così oggi gli editori tradizionali lo sono di Facebook. A volte si ribellano, ma di fatto non hanno sviluppato delle proprie piattaforme e quindi devono sottostare alle regole imposte dal social. È necessario che si coalizzino perché siano rispettate le loro volontà, ma è altrettanto necessario che Facebook stabilisca regole precise e incarichi persone – non algoritmi – per controllare che gli standard della comunità vengano rispettati”.

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