Futura

19/04/2016

Sono piemontesi i “Commenti memorabili”

Filed under: Notizie,Young — Tag:, , , , — Monica Merola @ 10:53

“A 27 anni ero una persona comune avevo una macchina, una ragazza, un lavoro. Ma non ero contento”. Fabrizio Biasibetti, 28 anni, è di Carmagnola e ha un milione e 800mila persone che hanno creduto in lui e nella sua idea. Tanti sono, infatti, i fan della pagina Facebook Commenti Memorabili: una raccolta degli screenshot con i commenti più divertenti della rete.

Come, ad esempio, la storia di un uomo che si era finto scomparso in un’immersione per sfuggire alle nozze, e che un utente ha commentato: “Il sub Mattia Pascal”, o la notizia di un’aggressione da parte di un cittadino molisano a una poliziotta, apostrofata con la frase: “Assolto perchè l’imputato non esiste”, ironizzando sul fatto che il Molise è una delle regioni più piccole d’Italia.

Dopo molti lavori svolti per aiutare la famiglia ha deciso di ripartire da zero: “Sono sempre stato autodidatta, e seguendo i social, specialmente Facebook, ho capito che sono molto più divertenti i commenti sotto i post che non i post stessi. Da quel momento mi è balenata l’idea di questa pagina”.
Dopo le difficoltà iniziali nel febbraio 2015 Commenti Memorabili ha raggiunto 100mila persone, e da quel momento la strada è stata in discesa: a dispetto del numero di ‘mi piace’, infatti, raggiunge sulla rete 12 milioni di persone.

Oggi ha un socio, anche lui piemontese, che desidera restare anonimo e che lo ha aiutato a “fare il salto di qualità. Insieme a lui abbiamo fondato la società, e presto lanceremo il sito”. Biasibetti ha anche due ragazzi che lo aiutano con la parte artistica e logistica: “La soddisfazione è tanta, ma dietro c’è un sacrificio enorme. Senza il team che mi aiuta questo progetto sarebbe impossibile e ingestibile”.  Oggi è riuscito a trasformare la sua passione per la satira in una professione: ha una rubrica su Radio 105, ha scritto un libro che raccoglie i post migliori che ha presentato all’ultima edizione del Torino Comics. Successo, ma anche responsabilità.

“Quando scrivo qualcosa lo vedono migliaia di persone – racconta –. È un’arma, ma posso scegliere come usarla. Gli italiani sono abituati a programmi come Colorado Cafè dove l’argomento più trattato è la moglie seccante e il marito che se ne lamenta. Io penso, invece, che non ha senso fare comicità spicciola, motivo per cui non vedrete mai sulla mia pagina cose di questo tipo. E non vedrete mai politica o calcio, argomenti abusati”.

Ma la satira ha un limite?: “In tutte le cose ci sono dei confini da non superare, come scherzare su una persona scomparsa da poco. Detto questo gli italiani dovrebbero diventare più tolleranti e aperti, e imparare a ridere anche delle cose brutte e delle offese”.

06/04/2016

Facebook censura la gravidanza. La Fondazione Pardi: un pancione non è un “contenuto sessuale”

Un post censurato da Facebook

Un pancione nudo avvolto in un abbraccio, un neonato con gli occhi socchiusi allattato al seno: non ci sono immagini più chiare e belle per descrivere quel momento speciale della vita di una donna che è la gravidanza. Ma l’algoritmo di Facebook non è d’accordo, interpreta quelle fotografie come “contenuti di nudo” che offendono gli “standard della comunità” e le censura. Negli ultimi 3 anni, la Fondazione Giorgio Pardi di Milano ha ricevuto continui richiami dal social di Mark Zuckerberg a causa delle immagini della sua campagna informativa “Ama Nutri Cresci”.

“La Fondazione ha stanziato un piccolo budget mensile per promuovere contenuti scientifici utili per la salute delle donne incinte”, racconta Sabino Maria Frassà, segretario generale della Fondazione e vincitore, nel 2015, del premio per il Miglior Ricercatore under 36 al Congresso Nazionale SINU (Società Italiana di Nutrizione Umana). “Per esempio, abbiamo informato il nostro target, le donne italiane dai 18 ai 42 anni, della necessità di consumare pesce regolarmente in gravidanza per limitare il rischio di depressione post-partum, ma Facebook ha censurato i nostri post”.

Al link www.facebook.com/communitystandards/?letter, si legge una lettera agli utenti Facebook con la doppia firma di Monika Bickert, capo del settore Global Product Policy, e di Justin Osofsky, vice presidente del settore Global Operations, responsabili dei team che stilano le regole sui contenuti. I manager elencano le tipologie di post che potrebbero essere oscurati nel tentativo di rispettare le sensibilità della variegata community del social. Tra queste, nessuna fa venire in mente la gravidanza, a meno di non ritenere un pancione nudo un “riferimento esplicito al sesso”. “Proprio così: non si parla mai espressamente di donne incinte, ciò nonostante ci è stato impedito di sponsorizzare i nostri messaggi scientifici”, conclude Frassà.

Una copertina del “Time”

Due settimane fa, nel corso di una telefonata con la Fondazione, una non meglio identificata centralista di Facebook ha faticosamente ammesso che un pancione non è un contenuto sessuale, ma ha rimarcato che, per il momento, le regole restano immutate. Da quella ammissione è nata l’idea di pubblicare una lettera aperta perché la collettività si interroghi sulle reali responsabilità dei social network. “Nessun quotidiano può contare su un numero di lettori alto quanto quello degli utenti Facebook. Chi è allora l’editore?”, si interroga la Fondazione. “Chi si sente davvero offeso da un pancione? Fin dove può spingersi il nostro essere democratici? Non abbiamo mai ricevuto contestazioni dirette da parte dei follower della nostra pagina in merito a quelle immagini”.

Anche Anna Masera, garante dei lettori de La Stampa e autrice del libro “Internet, i nostri diritti”, presentato ieri al Circolo dei lettori, ritiene che sia importante parlarne. “Facebook è più potente di un editore tradizionale e applica le sue regole, che non sempre sono le stesse di chi scrive gli articoli”, commenta. E aggiunge: “Come le case discografiche sono ostaggio di I-tunes, così oggi gli editori tradizionali lo sono di Facebook. A volte si ribellano, ma di fatto non hanno sviluppato delle proprie piattaforme e quindi devono sottostare alle regole imposte dal social. È necessario che si coalizzino perché siano rispettate le loro volontà, ma è altrettanto necessario che Facebook stabilisca regole precise e incarichi persone – non algoritmi – per controllare che gli standard della comunità vengano rispettati”.

26/02/2016

Bufale e notizie frettolose: quando i social seminano allarmismo

di Azzurra Giorgi e Gianluca Palma

Frutta con l’Aids, cani randagi portati in Cina per essere mangiati e topolini impanati. Sono solo alcune delle bufale che si leggono ogni giorno, specialmente sul web e sui social network, dove le notizie rimbalzano di pagina in pagina, da un account all’altro.
“Ci caschiamo tutti, non abbiamo elementi di difesa” afferma Peppino Ortoleva, docente di Scienze della Comunicazione dell’Università di Torino, nella lezione “Tra cancri immaginari e vermi improbabili” al Festival del giornalismo alimentare, moderata da Antonella De Santis del “Gambero Rosso”. I modi con cui vengono comunicate le bufale sono molteplici: dalle fonti sbagliate o inesistenti , ai siti che sfruttano la somiglianza col nome di testate nazionali sperando che l’utente non se ne accorga.
Claudio Michelizza e David Puente sono due giornalisti di Bufale.net, che cercano ogni giorno di smascherare notizie sbagliate e confermare, invece, quelle vere: “Questo tipo di notizie può raggiungere anche trecento o cinquecento mila condivisioni, le smentite spesso soltanto mille” afferma Michelizza. Soprattutto in Italia le rettifiche non soltanto non vengono considerate, ma spesso arrivano anche con netto ritardo, quando ormai la diffusione del falso si è già propagata. “Gli argomenti caldi sono quelli che ci toccano da vicino – dice Puente – quindi la carne cancerogena o con l’aids e le birre con sostanze tossiche. Alcuni studiano quel che interessa alle persone e lo sfruttano per guadagnarci ricavi pubblicitari dati dalla condivisione della notizia”. Un meccanismo pericoloso, specialmente perché spesso danneggia aziende o cibi, che non vengono più comprati: “Le bufale puntano sull’allarmismo, ultimamente si toccano spesso cibi esotici, come il sushi o il kebab che si diceva fosse fatto con la carne di topo” dice Michelizza.
Queste informazioni, però, non sono frutto dei social, ma hanno radici lontane: “appartengono alla società umana, prima si diffondevano con le voci – commenta Ortoleva – Vengono raccontate per vari motivi, economici, perché si pensa che siano divertenti oppure in buona fede. I giornalisti in questo sono scoperti, sono una categoria indifesa per la fretta con cui devono muoversi”. Proprio per questo, secondo Michelizza l’unica arma per proteggersi è il controllo: “Quello che possiamo fare è non condividere subito, ma leggere e impiegare le nostre risorse e il nostro tempo per essere sicuri che la notizia sia vera”.

06/02/2015

Filed under: IN DIRETTA — Tag:, , , , — Monica Merola @ 12:32

CRO/ Expo: Frankie hi-nrg lascia il ruolo di ambasciatore. ”Ho sbagliato e chiedo scusa – afferma – non voglio sostenere un’iniziativa che non mi rappresenta minimamente”. Con un post su Facebook il rapper torinese ha chiesto la sua rimozione dall’elenco degli ambasciatori Expo 2015. ”Confidavo nel fatto che l’evento avrebbe dato voce anche a quelle realtà che nel mondo combattono la sfida del cibo con tenacia ed ingegno e che a volte vengono sconfitti. Purtroppo la loro voce praticamente non ci sarà’”.

04/02/2015

11 anni di Facebook: lo spioncino più grande del mondo

Filed under: Notizie,Storie — Tag:, , , , — Monica Merola @ 10:45

Facebook spegne 11 candeline. Era il febbraio del 2004 infatti quando il social network, fondato ad Harvard da quattro studenti, fu lanciato sul web. Nato per permettere ai suoi iscritti – in prevalenza ragazzi single – di fare incontri, dopo aver avuto un discreto successo tra i membri del campus fu esteso anche a quelli di Boston e della Stanford University. A quel punto l’ascesa divenne inarrestabile: la piattaforma aprì le porte prima agli studenti delle scuole superiori, poi a chiunque dichiarasse di avere più di 13 anni.

Tutto nacque grazie a un episodio di hackeraggio: Mark Zuckerberg, all’epoca diciannovenne, nell’ottobre del 2003 creò un sito di nome “Facemash”: riuscendo ad entrare in alcune aree private dell’università caricò sul sito tutte le foto di riconoscimento degli studenti del campus. Questo esperimento fu chiuso in poche ore dai responsabili della sicurezza: bastarono quattro ore di esistenza del sito per registrare 450 visitatori e circa 22mila foto. Il padre di tutti i social contemporanei era appena nato, e per il figlio – ovvero Facebook – si sarebbe dovuto aspettare solo qualche mese. Il 4 febbraio, grazie all’aiuto dei colleghi Eduardo Saverin, Dustin Moskovitz e Chris Hughes, www.thefacebook.com era nato.

Meno di una settimana più tardi – quasi parallelamente agli iniziali successi della piattaforma – arrivarono le prime accuse di truffa: i gemelli Cameron e Tyler Winklevoss e Divya Narendra, anche loro studenti di Harvard, lo accusarono di averli ingannati e di aver rubato loro l’idea. Il giovane programmatore avrebbe infatti promesso inizialmente di aiutarli a creare “HarvardConnection.com”, ma di fatto fondando Thefacebook.com pochissimo tempo dopo. A giugno Zuckerberg si trasferì nella Silicon Valley, in California, e poco più di un anno dopo www.facebook.com fu registrato con un investimento iniziale di 200mila dollari.

Nell’ottobre del 2012 il social ha registrato 1 miliardo di utenti attivi. I punti di forza sono pochi ma solidissimi. Il primo è l’elemento economico: la registrazione e l’utilizzo del sito sono gratuiti. Inoltre la piattaforma è estremamente intuitiva e non necessita di particolari conoscenze informatiche. Il terzo elemento è quello che ne ha determinato la diffusione a macchia d’olio: Facebook dà una voce al desiderio dell’uomo di spiare il mondo dal buco della serratura. Quello che chiede in cambio è il prezzo metaforico che ogni utente deve accettare di pagare, ovvero la rinuncia alla propria privacy. Nonostante la possibilità di impostare delle restrizioni alla propria rete di amicizie virtuali, iscriversi a Facebook significa rinunciare alla dimensione privata consegnando i dati sensibili ad un sistema informatico che con quei dati guadagna (anche moltissimo) nel mondo informatico.

La cancellazione è limitata infatti al proprio profilo personale, ma non a tutto ciò che è stato condiviso da terzi. Ultima – ma non in ordine di importanza – la proprietà dei contenuti: tutto ciò che viene pubblicato dagli iscritti è espressamente dichiarato come proprietà del sito, che lo possiede senza esserne giuridicamente responsabile. Facebook in questo modo diventa l’occhio attraverso cui l’uomo dà sfogo alla voglia di guardare il mondo in faccia. Ma conservando l’illusione di non essere a sua volta guardato.

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