Futura

05/05/2016

In mostra “Orizzonti a parte”, Torino-Milano come ‘correre in un tubo’

Paolo Peroni, 31 anni, di Cuggiano (Milano) è un artista emergente, vincitore del Premio Cramum nel 2014. Laureato all’Accademia Albertina di Torino, città in cui vive e lavora, e dove ha esposto le sue opere in tre personali presso la galleria Raffaella De Chirico, Peroni incentra la sua ricerca formale e concettuale sul rapporto tra uomo e città, tra l’individuo e l’habitat urbano in cui si muove.

Da mercoledì 11 e ancora fino a domenica 29 maggio, sarà possibile visitare la sua ultima personale, intitolata “Orizzonti a parte”, presso l’ex chiesa di San Sisto, oggi Studio Museo Francesco Messina di Milano. La mostra, curata da Sabino Maria Frassà, conferma la volontà degli enti promotori, la Fondazione Giorgio Pardi e l’associazione Cramum, di sostenere gli artisti emergenti in Italia. “Orizzonti a parte” è un tassello del Premio Cramum 2016, tuttora in corso di svolgimento. Al termine di ogni edizione viene, infatti, concessa al vincitore la possibilità di allestire, nell’arco dei due anni successivi, una mostra site-specific presso lo Studio Messina.

“Orizzonti a parte consta di 12 grandi installazioni, che dialogano con l’ambiente barocco e con l’arte figurativa del Messina”, spiega l’artista. Al primo piano del museo saranno esposte alcune sculture intitolate ‘Figure’. “Ogni artista interpreta l’essere umano con gli occhi del suo tempo – dice Peroni -. Così, accanto alle ballerine di Messina, i miei uomini, ricreati partendo da un modulo, declinato in proporzioni differenti, sono fatti di cemento e catrame. Oggi l’uomo è ancora fatto dal 75% di acqua o è fatto del catrame su cui cammina?”, si chiede Peroni.

Colonna sonora di “Orizzonti a parte” sarà il rumore dell’autostrada A4, proveniente dai tubi metallici esposti al piano terra dello spazio Messina, un’opera che Peroni ha intitolato “Correre come merda nei tubi”. “Da Torino a Milano ci sono 138 chilometri di strade e cemento, di periferie, di territorio che non è né città né campagna – spiega l’artista -. Attraverso un sistema di amplificazione, farò fuoriuscire dai tubi l’assolo che ho registrato percorrendo in auto la tratta Torino-Milano, come tante altre persone fanno ogni giorno per motivi di lavoro. Mi interessava dare il senso di questo ‘scorrimento’”.

Sui tubi, come se fossero una sorta di stendibiancheria, Peroni ha poggiato strisce di pelle e forme di cemento. Quest’ultimo materiale riprende quegli oggetti della vita quotidiana, come gli elementi divisori delle corsie autostradali, che “agiscono su di noi in modo silente” e su cui non siamo soliti soffermare lo sguardo. Visitando “Orizzonti a parte” sarà possibile farlo, lasciarsi trasportare dalla riflessione sui modelli di città esistenti e su quelli possibili.

06/04/2016

Facebook censura la gravidanza. La Fondazione Pardi: un pancione non è un “contenuto sessuale”

Un post censurato da Facebook

Un pancione nudo avvolto in un abbraccio, un neonato con gli occhi socchiusi allattato al seno: non ci sono immagini più chiare e belle per descrivere quel momento speciale della vita di una donna che è la gravidanza. Ma l’algoritmo di Facebook non è d’accordo, interpreta quelle fotografie come “contenuti di nudo” che offendono gli “standard della comunità” e le censura. Negli ultimi 3 anni, la Fondazione Giorgio Pardi di Milano ha ricevuto continui richiami dal social di Mark Zuckerberg a causa delle immagini della sua campagna informativa “Ama Nutri Cresci”.

“La Fondazione ha stanziato un piccolo budget mensile per promuovere contenuti scientifici utili per la salute delle donne incinte”, racconta Sabino Maria Frassà, segretario generale della Fondazione e vincitore, nel 2015, del premio per il Miglior Ricercatore under 36 al Congresso Nazionale SINU (Società Italiana di Nutrizione Umana). “Per esempio, abbiamo informato il nostro target, le donne italiane dai 18 ai 42 anni, della necessità di consumare pesce regolarmente in gravidanza per limitare il rischio di depressione post-partum, ma Facebook ha censurato i nostri post”.

Al link www.facebook.com/communitystandards/?letter, si legge una lettera agli utenti Facebook con la doppia firma di Monika Bickert, capo del settore Global Product Policy, e di Justin Osofsky, vice presidente del settore Global Operations, responsabili dei team che stilano le regole sui contenuti. I manager elencano le tipologie di post che potrebbero essere oscurati nel tentativo di rispettare le sensibilità della variegata community del social. Tra queste, nessuna fa venire in mente la gravidanza, a meno di non ritenere un pancione nudo un “riferimento esplicito al sesso”. “Proprio così: non si parla mai espressamente di donne incinte, ciò nonostante ci è stato impedito di sponsorizzare i nostri messaggi scientifici”, conclude Frassà.

Una copertina del “Time”

Due settimane fa, nel corso di una telefonata con la Fondazione, una non meglio identificata centralista di Facebook ha faticosamente ammesso che un pancione non è un contenuto sessuale, ma ha rimarcato che, per il momento, le regole restano immutate. Da quella ammissione è nata l’idea di pubblicare una lettera aperta perché la collettività si interroghi sulle reali responsabilità dei social network. “Nessun quotidiano può contare su un numero di lettori alto quanto quello degli utenti Facebook. Chi è allora l’editore?”, si interroga la Fondazione. “Chi si sente davvero offeso da un pancione? Fin dove può spingersi il nostro essere democratici? Non abbiamo mai ricevuto contestazioni dirette da parte dei follower della nostra pagina in merito a quelle immagini”.

Anche Anna Masera, garante dei lettori de La Stampa e autrice del libro “Internet, i nostri diritti”, presentato ieri al Circolo dei lettori, ritiene che sia importante parlarne. “Facebook è più potente di un editore tradizionale e applica le sue regole, che non sempre sono le stesse di chi scrive gli articoli”, commenta. E aggiunge: “Come le case discografiche sono ostaggio di I-tunes, così oggi gli editori tradizionali lo sono di Facebook. A volte si ribellano, ma di fatto non hanno sviluppato delle proprie piattaforme e quindi devono sottostare alle regole imposte dal social. È necessario che si coalizzino perché siano rispettate le loro volontà, ma è altrettanto necessario che Facebook stabilisca regole precise e incarichi persone – non algoritmi – per controllare che gli standard della comunità vengano rispettati”.

Powered by WordPress