Futura

26/02/2016

Bufale e notizie frettolose: quando i social seminano allarmismo

di Azzurra Giorgi e Gianluca Palma

Frutta con l’Aids, cani randagi portati in Cina per essere mangiati e topolini impanati. Sono solo alcune delle bufale che si leggono ogni giorno, specialmente sul web e sui social network, dove le notizie rimbalzano di pagina in pagina, da un account all’altro.
“Ci caschiamo tutti, non abbiamo elementi di difesa” afferma Peppino Ortoleva, docente di Scienze della Comunicazione dell’Università di Torino, nella lezione “Tra cancri immaginari e vermi improbabili” al Festival del giornalismo alimentare, moderata da Antonella De Santis del “Gambero Rosso”. I modi con cui vengono comunicate le bufale sono molteplici: dalle fonti sbagliate o inesistenti , ai siti che sfruttano la somiglianza col nome di testate nazionali sperando che l’utente non se ne accorga.
Claudio Michelizza e David Puente sono due giornalisti di Bufale.net, che cercano ogni giorno di smascherare notizie sbagliate e confermare, invece, quelle vere: “Questo tipo di notizie può raggiungere anche trecento o cinquecento mila condivisioni, le smentite spesso soltanto mille” afferma Michelizza. Soprattutto in Italia le rettifiche non soltanto non vengono considerate, ma spesso arrivano anche con netto ritardo, quando ormai la diffusione del falso si è già propagata. “Gli argomenti caldi sono quelli che ci toccano da vicino – dice Puente – quindi la carne cancerogena o con l’aids e le birre con sostanze tossiche. Alcuni studiano quel che interessa alle persone e lo sfruttano per guadagnarci ricavi pubblicitari dati dalla condivisione della notizia”. Un meccanismo pericoloso, specialmente perché spesso danneggia aziende o cibi, che non vengono più comprati: “Le bufale puntano sull’allarmismo, ultimamente si toccano spesso cibi esotici, come il sushi o il kebab che si diceva fosse fatto con la carne di topo” dice Michelizza.
Queste informazioni, però, non sono frutto dei social, ma hanno radici lontane: “appartengono alla società umana, prima si diffondevano con le voci – commenta Ortoleva – Vengono raccontate per vari motivi, economici, perché si pensa che siano divertenti oppure in buona fede. I giornalisti in questo sono scoperti, sono una categoria indifesa per la fretta con cui devono muoversi”. Proprio per questo, secondo Michelizza l’unica arma per proteggersi è il controllo: “Quello che possiamo fare è non condividere subito, ma leggere e impiegare le nostre risorse e il nostro tempo per essere sicuri che la notizia sia vera”.

25/02/2016

Dal critico enogastronomico al food blogger: scontro tra generazioni?

Sono passati i tempi in cui il critico enogastronomico era l’unica autorità per chi cercava un buon ristorante o un’enoteca. Blog, social network e Youtube hanno dato spazio ai food blogger, storyteller – non per forza giornalisti – capaci di raggiungere milioni di persone con le loro ricette e le loro opinioni. Il nodo resta quello della qualità dell’informazione alimentare. Il food writer che, per un attimo, smette di proporre ricette ai suoi seguaci e si sofferma sulle caratteristiche nutrizionali della melanzana sta facendo informazione. È davvero in suo potere? Sul tema si sono confrontati durante uno dei panel del Festival del giornalismo alimentare, Anna Maria Pellegrino, in rappresentanza dei food blogger, Massimo Bernardi di Dissapore.com, lo scrittore Gigi Padovani, Paolo Marchi di Identità Golose e Rocco Moliterni, giornalista alimentare del quotidiano La Stampa, moderati da Marco Trabucco della Repubblica.

“I food blogger, a differenza dei critici enogastronomici, sono nativi digitali: il mezzo è cambiato, ma non è così importante – ha esordito Pellegrino -. È la bravura di chi scrive che fa la differenza. E poi è importante avere rispetto di chi cucina. Io non mi permetterei mai di uscire da un ristorante e criticare a spada tratta. Sono una cuoca e so che è facile tagliarsi un dito e non riuscire a impiattare”. Per Trabucco invece: “Io non racconto per il cuoco che si è fatto male, ma per la gente che deve decidere se andare in quel ristorante. In qualunque ambito, se faccio un errore ne pago le conseguenze”. Pellegrino ha ribadito che se i food blogger hanno deciso di associarsi è proprio perché vogliono comprendere, sempre con rispetto, tutti gli aspetti che riguardano il cibo: “Abbiamo uno statuto in rete, con regole severissime. Se un food blogger scrive ‘Oggi ho fatto un brodino perché ho mal di pancia’, perde subito credibilità, seguaci ed eventuali clienti”. E ha aggiunto: “Un vero food blogger deve avere un piano industriale del proprio blog”.

Paolo Marchi di Identità Golose ha posto poi una questione spinosa: “Nonostante l’Ordine dei giornalisti, su Internet possono scrivere persone che non hanno superato un esame di Stato. Prima si occupavano di cibo solo alcune grandi firme, tenute in altissima considerazione dai lettori, oggi bisogna distinguere tra food writer e critici. Quest’ultima professione è esercitata da pochissimi perché è molto più facile essere invitati in una cantina che andare in un ristorante a farne una critica. C’è il rischio che ti presentino il conto”.

Secondo Gigi Padovani, si può fare una distinzione tra la cronaca gastronomica di chi fa storytelling e la critica, che ha una serietà diversa. “In 10 anni di guide per l’Espresso, ho imparato alcune regole. Innanzitutto, nessun pasto è gratis. Se scrivi per i clienti, devi porti nei confronti del ristoratore come un cliente. Ancora: mai farsi aspettare, rispettare il lavoro altrui, non porsi in un atteggiamento giudicante, valutare il rapporto qualità-prezzo”. Padovani ha anche osservato che ormai sono proprio gli studenti di materie enogastronomiche a non dare più credito alle guide, preferendo informarsi su Trip Advisor ma avverte: “Scaricare una guida costa 7-8 euro. Se prendete un bidone per colpa di Trip Advisor, ne spendete di sicuro molti di più”.

Moliterni, esperto di arte oltre che di critica enogastronomica: “Tutti possono pensare ‘che ci vuole?’ guardando un taglio di Fontana, dimenticando che era il punto di approdo di una lunga ricerca. L’elaborazione che ha dietro un piatto non porta ancora nessuno a dire ‘che ci vuole?’ però c’è chi sostiene che la cucina tradizionale è l’unica che va riconosciuta, dimenticando che ciò che conta è un’arte che dà emozione e arriva alla fine di un processo di teorizzazione”. Moliterni ha anche aggiunto: “Sia nell’arte sia nella cucina ci sono i cialtroni ed è lì che diventa importante il discorso critico. Ci sono nuovi strumenti e devono portarci a confrontarci sul linguaggio che usiamo per parlare di cibo”.

È uno scontro generazionale? Secondo Marchi sì: “Non mi interessa l’età di chi mi manda un articolo, ma che sia fatto bene. Su certi strumenti io sono a zero totale. È fisiologico. Mia madre con il Betamax non riusciva a fare avanti-indietro. Le davo della vecchia… era vecchia, come me rispetto ai miei figli”.

Per Bernardi di Dissapore.com, la dicotomia carta/web è un falso problema. “Bisogna essere su carta, su Internet, sul mobile. È importante ciò che si scrive”. E ha chiuso con una provocazione: “Sfatiamo la regola: a me capita spesso di non pagare il conto. Sono meno credibile per questo?”.

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