Futura

18/05/2016

Nel capolavoro di Bulgakov le tracce del suo “assassino”

Come è morto Michail Bulgakov?

Ce lo rivela il suo libro più famoso.

A scoprire gli esatti fattori patogeni che hanno causato la nefrosclerosi fatale per lo scrittore è stato Piergiorgio Righetti, docente emerito del Politecnico di Milano, che oggi pomeriggio sarà ospite dell’Università di Torino presso l’Aula Magna della Caserma Podgora.

Attraverso una collaborazione con la polizia russa, ha ottenuto il manoscritto autografo di “Il Maestro e Margherita“, libro che Bulgakov scrisse fra il 1936 e il ’40, e lo ha studiato con una spettrometria di massa, un’analisi complessa che, sottoponendo il materiale a campi magnetici, riesce a separare una miscela di ioni in funzione del loro rapporto massa/carica. I risultati sono stati incredibili.

“La proteomica si occupadella composizione proteica di un liquido, un tessuto, un pezzo di cellulosa – spiega Enrica Pessione, professoressa di Biochimica all’Università di Torino, che ha voluto in città il professor Righetti – proprio la realizzazione su carta di questo esperimento ha permesso di isolare sia la proteina correlata alla malattia di Bulgakov, sia le tracce della morfina utilizzata per calmare i dolori ai reni, che non gli davano pace”.

Già vincitore di numerosi riconoscimenti europei per le sue ricerche, il docente è uno dei padri della proteomica, una branca della biologia molecolare. Studioso della sua applicazione alla tutela dei beni culturali, Righetti era diventato celebre nel 2005 per aver riportato agli antichi splendori un ciclo di affreschi di Spinello Aretino nel cimitero di Pisa, intitolato Storie dei Santi Martiri Efisio e Potito”, oggi illustrerà un lavoro che potrebbe essere uscito da un romanzo di Conan Doyle.

La scienza conferma così i racconti sulla morte dell’autore russo, candidandosi a collaborare ancora con le discipline artistiche, in particolare con l’archivistica, per confermare o smentire tutto ciò che si scrive nelle biografie dei letteratati.

Cominciate fra il 1980 e il 1990, negli anni del boom della genetica, le ricerche in materia di proteomica si sono affermate solo fra il ’98 e il ’99 “Quando fu completato il genoma umano, si scoprì che potevamo avere una biblioteca di mille libri, ma senza leggerli non ci avrebbero detto nulla. Questa è la forza aggiuntiva della proteomica”. Afferma Pessione, che ricorda di aver conosciuto Righetti per caso ad un convegno. “Sono stata stupita dalla sua ricerca e ho pensato di invitarlo per unire gli studiosi di scienza e gli umanisti”. La ricerca universitaria si conferma quindi un panorama in cui ambiti apparentemente distanti, come quello scientifico e umanistico, sono sempre più integrati.

14/09/2015

Damiano Marchi: la scoperta di “Homo Naledi” e la vita da accademico

Filed under: Notizie,Scienza — Tag:, , , , , , — Maria Teresa Giannini @ 18:00

 Occhiali neri, lunghi capelli sale e pepe, marcato accento toscano.

È lui Damiano Marchi, il professore più richiesto dell’ultima settimana, gentile e disponibile anche se parla dall’altra parte d’Europa dopo molte ore di volo. Quarantatré anni e grinta da vendere, docente di antropologia presso la facoltà di Biologia dell’Università di Pisa, Marchi si trova al British Museum di Londra quando acconsente ad essere intervistato via Skype.

Unico italiano nell’equipe internazionale di studiosi diretta da Lee Berger (Università del Witwatersrand), giovedì scorso è stato protagonista, insieme ai suoi colleghi, della sensazionale scoperta archeologica arrivata dopo mesi di studi e analisi minuziose: appartengono a una specie ominide le 1550 ossa dei 15 individui rinvenuti nella grotta grotta “Rising Star” (stella nascente) a 50 km da Johannesburg, nel grande sito sudafricano di Maropeng .

L’hanno ribattezzata “Homo Naledi” ossia “stella” in lingua Sesotho e ha un cranio piccolissimo, risale a circa tre milioni di anni fa e “costituirebbe un’ulteriore tassello per ricomporre il puzzle della storia umana”, spiega Marchi rivelando alcuni dettagli del mestiere.

A che punto della scala evolutiva si colloca “Homo Naledi“?

“Non possiamo ancora attribuire ai reperti una data certa, quindi non abbiamo sicurezze sulla classificazione cronologica, ma ipotizziamo che sia alla base del genere “Homo”, l’anello di passaggio fra gli “australopithecus” e noi. Quello che è veramente rivoluzionario, è la scoperta che questo progenitore seppelliva già i suoi defunti, molto prima del Sapiens”.

Quali passaggi deve seguire un’equipe che scopra un tesoro così delicato?

“Innanzitutto bisogna tracciare un prospetto della grotta, delimitare l’area dello scavo e analizzare il terreno per individuare i fenomeni chimici che hanno contribuito alla sedimentazione e che, quindi, possono offrirci le prime informazioni: in questa grotta in particolare la stratigrafia del terreno non è risultata molto chiara e questo non ci ha aiutato. Una volta ritrovate le ossa, ognuna viene catalogata mediante una matricola composta dalla sigla del posto in cui saranno custodite (in tal caso UW, Università del Witwatersrand) il codice del sito (101) e un numero da 1 a 1550. I resti vengono poi suddivisi in categorie in base alla morfologia, ed è qui che entro in scena”.

Qual è stato il suo compito?

“Io mi occupavo di confrontare ossa con le stesse caratteristiche macroscopiche, sia con quelle di altri primati esistenti sia con quelle di altri fossili. È così che abbiamo ricostruito intere mani e piedi. Dopo viene la fase più complessa, quella delle analisi attraverso la scannerizzazione laser e la Tac, utile soprattutto per il cranio e le ossa lunghe, perché permette di osservarne l’area interna”.

Molti studiosi di antichità sostengono di “datare” i reperti biologici (ossa, pezzi di legno,tessuti….) attraverso il famigerato test del “Carbonio 14″. Anche voi lo avete utilizzato?

“Il ” Carbonio 14″ prende il nome dall’isotopo del carbonio utilizzato come parametro,  e misura il decadimento (cioè la presenza di tracce o meno) di questa sostanza dopo un certo lasso di tempo. Tuttavia é possibile solo su oggetti con meno di 40-50 mila anni di storia ma la situazione geologica del Sudafrica, diversamente dalla parte centro-orientale del continente (dove fu trovata ” Lucy”) non ce lo permette”.

Come hanno preso avvio le ricerche e perché proprio in quel sito?

“In effetti, a ben vedere, la scoperta è avvenuta in modo fortuito. Intendiamoci, la regione del Gauteng è all’attenzione di archeologi e paleoantropologi da 60-70 anni, ma non ci si aspettava una sorpresa di queste dimensioni. Poi ci si è accorti di un’apertura di 18 cm dietro una parete di selce e due speleologi particolarmente magri, Rick Hunter e Steven Tucker, si sono calati al suo interno trovando le ossa. La prima campagna di scavo risale al novembre 2013, la seconda invece al marzo 2014”.

Vedere come eravamo allora potrebbe aiutarci a capire qualcosa in più sulla permanenza delle parti vestigiali, quei pezzi del corpo umano andati in disuso con l’evoluzione?

“Bisogna distinguere tra parti del corpo in disuso per l’età e parti vestigiali vere e proprie. Una di queste ultime ad esempio, l’osso del coccige (bacino), sarebbe stata oggetto di studio per rispondere a questa domanda se solo fosse stata trovata, così come non sono stati ritrovati ovviamente, tessuti e organi. D’altro canto, le dita prensili e le gambe lunghe confermano che il nostro non si arrampicasse sugli alberi solo da bambino, come invece avviene fra i cuccioli dei gorilla, ma continuasse ad farlo da adulto, pur essendo capace di lunghe camminate su due piedi, cosa che a un comune primate comporterebbe dolore e sforzi incredibili, vista la sua struttura scheletrica”.

Ha parlato di comportamenti che non si perdono con l’età, ma come potete essere certi che si tratti di adulti?

“Lo deduciamo dalla grandezza dei denti, dalla morfologia delle articolazioni, specialmente da quella scapolo-omerale e dalle ginocchia, e dalla durezza della leva mandibolare”.

Che ricadute avrà a livello locale una simile scoperta?

“Importantissime. Il paese è in pieno sviluppo e punta molto sul turismo ambientale e scientifico. Lì tutti i parchi mostrano una cura per la cultura e per il senso di comunità pacifica”.

Damiano Marchi ricorda che il Sudafrica ha patito l’Apartheid e che malgrado la globalizzazione abbia incrementato il mix etnico, l’85%della popolazione resta composto da neri, che vedono la restituzione all’umanità dei propri antenati il loro riscatto storico. E, a proposito di riscatto, il professore non perde occasione per rivolgersi ai giovani.

“Non vagabondate senza meta. Mirate dritti al vostro obiettivo. Sono stato studente non molti anni fa e so bene quanto è dura fare ricerca, specie in un paese che destina all’Università la misera cifra di 17 milioni da dividere su tutto il territorio. Sarebbe una follia per gli States, dove sono emigrato la prima volta da ricercatore e sono rimasto per sei anni. Ma credetemi, la passione paga. Mai aspettare nulla dall’alto però:  uscite e confrontatevi con il mondo, sempre con la voglia di tornare per arricchire questo paese splendido ma poco conscio delle sue bellezze.”

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