Il teatro in carcere: il palcoscenico come riscatto

“Per fortuna che al braccio speciale c’è un uomo geniale che parla con me” cantava Faber in una delle sue canzoni più celebri.
Ugualmente geniale è stata l’idea del regista Claudio Montagna della compagnia “Teatro e Società”, di inscenare una rappresentazione teatrale nel Carcere “Lorusso e Cutugno” di Torino, mettendo a confronto detenuti e studenti, su un tema: legge e giustizia coincidono sempre?  Progetto realizzato insieme agli studenti delle scuole superiori e della facoltà di Giurisprudenza.

Così per quattro serate, dal 24 al 27 novembre, lo spettacolo dal curioso titolo “Ognuno ha la sua legge uguale per tutti” ha visto succedersi sul palco alcune improvvisazioni di casi a limite fra il lecito e l’illecito, commentate dal procuratore generale Gianfranco Burdino, codice penale alla mano.

Dal reato di violazione della privacy a mezzo informatico fino alla truffa aggravata ai danni dello stato (falsando un concorso pubblico), passando per l’elusione delle norme di sicurezza sul luogo di lavoro, o alla frode nei confronti di un’assicurazione, l’alternanza fra detenuti e ragazzi prima nel ruolo di attori, poi in quello di ‘commentatori’, ha mostrato quanto spesso l’empatia non collimi con i dettami del codice penale.

Quattro serate particolari, durante le quali sul palcoscenico le barriere tra i detenuti e la società sono crollate, almeno per due ore. Un canovaccio che lascia spazio all’improvvisazione e, per certi aspetti, alla spontaneità degli “attori furfanti” che con grande naturalezza interagivano fra loro, come se si conoscessero da sempre e forse, dimenticandosi per qualche minuto di essere in un carcere.

“È stata un’esperienza significativa, c’è stato da subito un grande feeling con i detenuti” hanno spiegato i ragazzi dell’istituto Grassi. “A scuola ci avevano messo in guardia sul fatto che avrebbero provato a recitare anche nei nostri confronti, cercando di accattivarci” dice Giuseppe, “in effetti sono degli attori nati, non solo sul palco” aggiunge Arianna. Ciò che li ha colpiti, ci tengono a precisarlo tutti, “è la grande umanità di queste persone, oltre che la loro cultura. Ci sono troppi preconcetti e luoghi comuni sui carcerati, li dipingiamo rozzi e ignoranti, qui, invece, abbiamo conosciuto sia un ingegnere che un poeta”.

“Ciò che è più toccante – dicono – è il fatto che ora torniamo a casa, mentre loro tornano in cella. Ci hanno anche chiesto di tornare a trovarli, perché i colloqui per loro sono ‘benzina’ per andare avanti”.

Si è trattato, dunque, di un esperimento riuscito. Claudio Montagna ne è soddisfatto: “Organizzo questi spettacoli da vent’anni, alcuni detenuti mi hanno detto che se avessero conosciuto prima il teatro, magari non sarebbero finiti in carcere. Uno di loro a breve pubblicherà un libro di poesie conla Mondadori. E’ importante mostrare alla gente qual è la realtà del carcere”, ha concluso.

Secondo il regista occorre una seria riflessione sul rapporto tra legge e giustizia: se alcune leggi sono ingiuste, vanno migliorate e occorre la partecipazione dei cittadini.

D’altronde era sempre Faber a cantare che quando lo Stato è in difficoltà si costerna e s’indigna, ma poi, “getta la spugna con gran dignità”.

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