Al Jazz Festival brilla la stella con Nguyên Lê

È ormai tutto pronto al Magazzino sul Po per ospitare Nguyên Lê che, all’interno della sezione Fringe del Torino Jazz Festival, si esibirà alle 23,55 in “Songs of Freedom”, la rivisitazione personale di grandi brani dei Led Zeppelin, dei Beatles, di Steve Wonder e di Janis Joplin.

Nato in Francia da genitori vietnamiti, il chitarrista – che ieri sera ha folgorato il pubblico dei Murazzi insieme a Mieko Miyazaki e Prabhu Edouard con il “Saiyuki project” – sintetizza sonorità diverse e, nel farlo, afferma di sentirsi nel mezzo di un paradosso: “Sono francese a tutti gli effetti e in Francia ho studiato la musica vietnamita, fino a fonderla con il jazz e a comporre nel 1996 l’album Tales of Vietnam. La conosco benissimo, anche se non ho mai vissuto in Vietnam e, quando ci sono stato per la prima volta l’anno scorso, mi sono trovato per assurdo a esortare i musicisti locali a custodire la tradizione e a farla conoscere in tutto il mondo”.

È una forma di “world music”, quindi, quella di Nguyên Lê: una forma espressiva che a Parigi – la città dove Nguyên vive – non è ancora del tutto compresa e capita. “La Francia non è gli Stati Uniti, dove chi si sente americano, indipendentemente dalla provenienza, si sente anche legato agli altri da fratellanza e solidarietà. Questo rapporto emerge in modo evidente nelle emergenze, come dopo l’esplosione di Boston.  Negli Usa il melting pot è avvenuto, in Francia no: qui gli stili musicali sono ancora confinati in limiti molto rigidi. Purtroppo non sono così frequenti appuntamenti aperti e ricchi come quelli offerti dal Torino Jazz Festival”.

L’Italia, in particolare Torino, sono luoghi che Nguyên ha nel cuore. In città era già stato per suonare al fianco del contrabbasso di Furio Di Castri e di questa ama l’ospitalità e l’intraprendenza in campo artistico: una qualità che si sta manifestando chiaramente  nel Jazz Festival e che, secondo Nguyên, in Francia manca.

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