Torino Jazz Festival. Un bilancio tra musica, bagni di folla e un’intervista a Billy Cobham

Una pioggerella fine ma sempre più intensa, che alla fine si fa bufera, abbattendosi su una distesa di ombrelli, mentre le sublimi svisate di chitarra di  Stochelo Rosenberg percorrono piazza Castello.

Neanche la pioggia inclemente di ieri è riuscita a placare la sete di musica dei torinesi, il cui amore per il jazz ha superato infine anche le aspettative degli organizzatori.

“Ci aspettavamo un successo  – spiega Maurizio Braccialarghe, assessore alla cultura – ma siamo andati al di là di ogni migliore previsione. Ieri in particolar modo abbiamo assistito a una situazione incredibile: vedere migliaia di persone restare in piazza Castello nonostante il diluvio è stata davvero una grande emozione”.

E i torinesi in effetti hanno resistito fino alla fine, quando anche Eolo ha voluto metterci lo zampino, proprio mentre Stefano Bollani si esibiva con il suo Danish Trio: le raffiche di vento – che hanno portato la pioggia fin sotto i portici,  facendo traballare per qualche attimo anche le torri metalliche dell’impianto luci – hanno costretto band e  pubblico ad abbandonare la piazza.

Ma il Torino Jazz Festival resta comunque un successo, e sono i numeri a parlare  chiaro: 50mila presenze nei soli primi 4 giorni,  tra giovani, famiglie, appassionati e curiosi; 16 concerti nei soli due palchi principali, oltre a una miriade di incontri, eventi paralleli, proiezioni a tema e serate danzerecce nell’arcipelago del clubbing che va da via Po  ai Murazzi.

Nonostante l’organizzazione estemporanea, il festival è riuscito a ospitare alcune tra le leggende indiscusse del Jazz di ogni genere: come Ahmad Jamal, – la cui influenza come pianista è paragonabile solo a Duke Ellington – che si è presentato in piazzale Valdo Fusi con un ensemble minimale, senza fiati. Solo contrabasso, batteria, percussioni e il suo pianoforte, che ha accarezzato, percosso e titillato per quasi due ore,  in barba ai suoi 84 anni.

Il leggendario Billy Cobham intervistato da Futura

O Billy Cobham, che fu tra i batteristi preferiti dal Miles Davis “elettrico”. E che nel 1973 rivoluzionò il jazz fusion con Spectrum, un album dalla struttura assolutamente innovativa, quasi aliena. Futura lo ha intervistato qualche ora prima che salisse sul palco in piazza Castello.  Ci ha raccontato la sua passione per l’Italia, dove ha registrato ben tre dischi; ci ha mostrato la sua impareggiabile imitazione di Miles Davis. E soprattutto ha voluto chiarire che in musica non esistono contaminazioni, ma solo influenze.

 

( Riprese e montaggio: Fabio Lepore)

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=p7RB4U3llhM&feature=youtu.be[/youtube]

La tua musica sembra contaminata da differenti tipi di sonorità: vi si possono rintracciare elementi di rock, psichedelia, funk. Quali sono state le tue maggiori influenze, al di fuori del jazz?

“Credo che, in ragione delle mie radici centroamericane, la mia prima influenza siano stati i ritmi caraibici. Subito dopo c’è stata  la musica classica: a scuola ho ascoltato molti compositori, da Domenico Scarlatti a Stravinskij fino ai contemporanei come Stockhausen. Contaminazione … è una parola interessante, ma ha un suono troppo negativo.  Ma ha comunque un senso, certo.  Quale potrebbe essere secondo te un modo migliore per definire lo stesso concetto?”

Non saprei … influenze, forse? Mix di stili?

“Certo (ride, ndr), suona meglio, no? La parola “contaminazione”, porta quasi alla mente un virus che si propaga, infettando il mondo mentre tutti muoiono. Per tornare alla domanda, direi che ogni volta che suono in un nuovo paese vengo influenzato da quell’esperienza, che finirà quindi per riflettersi nella mia musica. Prendiamo il Brasile, ad esempio: sono stato lì per periodi brevi, ma molto, molto intensi, profondi direi. E ora non posso evitare di inserire richiami a quel tipo di sonorità nei miei pezzi. La mia musica non riflette solo ciò che sento, ma anche quello che vedo attorno a me, perché tutto questo influenza la direzione in cui mi muovo, il mio modo di pensare, finendo inevitabilmente in quello che suono. E ormai credo di essere una specie di “cittadino musicale” del mondo. Proprio l’Italia, infatti, ha avuto una grande influenza sulla mia musica, sotto diversi punti di vista: ho visitato praticamente tutte le vostre regioni”.

 È per questo che hai deciso di incidere qui alcuni dischi , come quelli della serie Drum’n’voice?

“Si esattamente. È stata un’esperienza molto importante per me, straordinariamente positiva. Mi ricordo quando ho registrato con Tullio de Piscopo, ad esempio: quell’esperienza ha veramente contribuito a darmi una direzione, ha cambiato  il mio modo di suonare. Personalmente, non metto mai in conto che qualcosa del genere possa accadere, finché non accade: bisogna aspettare di suonare insieme, vivere il momento. E credo sia così per ogni altro artista, non importa quanto pianifichi  le sue sessioni. Un grande esempio per me, in questo senso, è stato Miles Davis. Un giorno stavamo provando in studio e mi disse (imita la voce roca di Davis, ndr): “Il passaggio che hai suonato è fantastico, ricordatelo domani, mi raccomando”.  Ma in quel momento ero pietrificato per l’emozione, e non avrei mai potuto ricordarmene. Quando il giorno dopo siamo rientrati in studio per registrare, puntualmente mi chiese: “Ok, fallo ora, risuona il passaggio di ieri”. A a quel punto, senza scompormi, iniziai a suonare qualcos’altro. Miles se ne accorse e mi disse: “Non è quello che hai suonato ieri! Ma mi piace, continua su questo!”

Hai giocato un ruolo molto importante nel periodo “elettrico” di Miles Davis. Che tipo di rapporto avevi con lui?

“Credo di essere stato semplicemente uno dei colori della sua ricca tavolozza sonora. Il nostro è stato un rapporto d’affari più che d’amicizia: non eravamo intimi, ma colleghi. Certo c’era un rispetto reciproco, altrimenti non mi avrebbe preso a suonare con lui. In realtà facevo quello che mi chiedeva di fare.  Il più delle volte non ero io che sceglievo cosa suonare, ma era Miles a darmi le indicazioni. Ma era il giusto prezzo da pagare per poter lavorare con uno come lui”

Tornando a parlare di influenze: alcuni tuoi pezzi sono stati campionati da artisti come i Massive Attack o Dj Shadow. Che rapporto hai con le nuove generazioni di musicisti?

“Questa è una cosa molto bella. E’ un incrocio di influenze.  Perché tutti quanti noi finiamo per lavorare insieme, che lo vogliamo o no. Qualche giovane artista potrebbe dire “ehi Cobham è antico, è uno della vecchia scuola”. Ma se non ci fossi stato io credi che oggi ci sarebbero loro? E allo stesso tempo, quando sento la loro musica, qualcosa torna indietro e finisce per influenzare anche la mia; ed ecco che il cerchio si chiude. Perché siamo esseri umani, ed è questo che facciamo. Anche la più accesa competizione non potrebbe esistere senza la capacità di paragonare noi stessi a coloro che ci circondano”.

 

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