Università: crollano le immatricolazioni, meno 5% rispetto al 2009

L’obiettivo dell’Unione europea è che nei Paesi membri si arrivi al 40% di laureati entro il 2020. Ad oggi, in Italia, definire un miraggio questo traguardo è un eufemismo: la popolazione laureata tra i 30 e i 40 anni rappresenta il 19% del totale, mentre la media dei Paesi Ue si attesta intorno al 32%. Secondo i dati diffusi dal Consiglio nazionale universitario, relative a due ricerche – una elaborata dal centro studi dello stesso Cnu, l’altra targata Almalaurea – nell’ultimo anno le immatricolazioni hanno subito una diminuzione del 5%, con 3.986 nuovi iscritti in meno rispetto al 2009. Relativamente agli ultimi quattro anni, invece, la percentuale dei nuovi ingressi negli atenei è scesa del 9,2%, con ben 26 mila immatricolazioni in meno. Eppure, il numero di studenti che ha raggiunto il diploma è aumentato nell’ultimo anno dello 0,9%.

In controtendenza gli istituti privati che nel 2010 hanno registrato il 2% in più di immatricolazioni, coprendo il 6,6% dei nuovi iscritti totali in Italia. Se si vanno a leggere i numeri “parziali”, relativi al Centro-sud, si capisce che la questione si fa preoccupante: al Centro le iscrizioni alle università pubbliche sono diminuite, negli ultimi quattro anni, del 16,8 per cento. Al Sud va ancora peggio: meno 19,8 %.

Per quanto riguarda le scelte dei nuovi iscritti, sono le facoltà scientifiche a ottenere le maggiori preferenze, attirando nel 2010 il 33,5% delle immatricolazioni contro il 32,6% del 2009. Le facoltà umanistiche perdono terreno (con il 16,8% delle immatricolazioni contro il 17,1 dell’anno prima) e quelle sociali (37,8% nel 2010, 38,4% nel 2009).

Altro aspetto preoccupante è quello riguardante il tempo di attesa per trovare un lavoro: ad un anno dalla laurea, il 17% circa è ancora disoccupato e sta crescendo il peso del lavoro nero. Di pari passo, diminuisce il livello medio dei salari di chi trova lavoro dopo la laurea: in due anni si è abbassato del 7%.

E la ricerca condotta da Almalaurea dimostra con i numeri che l’immobilismo sociale e il familismo lavorativo non sono problemi che appartengono ad un passato lontano: il 43% dei figli di ingegneri, avvocati e medici diventerà medico, ingegnere e avvocato.

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