”Volevo fare er cinema”, giovani registi tra ideali e compromessi

È la Mecca di chi ha sempre sognato il cinema, il paradiso delle aspirazioni registiche, la cometa che attori, scenografi,

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sceneggiatori e comparse inseguono con abnegazione. Se avete già in mente la gigantesca scritta Hollywood che sovrasta la città di Los Angeles, siete però fuori strada. La terra promessa di tanti registi italiani ha distanze meno proibitive e fattezze meno epiche. A Davide Luchino, per esempio, è bastato prendere un treno da Cuneo e scendere a Roma sud per tentare la fortuna. Una scritta marroncina e un portone centrale l’hanno accolto a Cinecittà. «Volevo fare er cinema’, a vent’anni mi sono trasferito nella capitale pieno di speranze. E mi sono ritrovato a tirare cavi per anni». Quattro, per la precisione. Quando ha deciso di seguire la sua passione ce l’ha messa tutta, ma l’affitto bisogna pur pagarlo, e a spostar cavi non si racimola granché: «Cinecittà è un tritacarne – racconta ancora Davide, regista neovincitore di Spazio Giovani al Torino Film Festival – ci sono solo grandi produzioni, spinte da enormi interessi economici e poco spazio per emergere. Senza contare che quel poco che c’è devi pure dividertelo con i raccomandati».

Come tanti aspiranti cineasti a inizio carriera, ha peccato di genuina ed istintiva ambizione a fare il grande cinema, quello dei maestri che ti hanno fatto venir voglia di imparare a usare una cinepresa. Si parte armati di valigie e buone intenzioni, convinti che prima o poi qualche pezzo grosso ti noterà. Ma spesso le cose vanno diversamente. Per Emanuele Caruso, ventinovenne regista piemontese, il primo scontro con la logica impietosa della grande distribuzione è avvenuto al telefono con un produttore: «In Italia vendono le commedie, non c’interessa il cinema d’essai» ha sentenziato, laconico. Poche parole, una pietra tombale sull’ispirazione. Ma lui non si è lasciato intimorire da questa negatività. Ha camminato dritto ed è riuscito a completare la sua opera prima: E fu sera e fu mattina. Se la giocherà così, col solo giudizio del pubblico. “One shot, one opportunity”, come dicono al di là della Manica, perché le occasioni sono poche: ogni proiezione in sala, ogni festival, può essere la volta buona.

Trovare qualcuno che creda nel progetto di un esordiente è difficilissimo ma, sostiene ancora Caruso, “l’urgenza di raccontare e girare è troppo forte: pur di non smettere, ci si accontenta dei propri mezzi”. Parlando di E fu sera e fu mattina, il regista lo definisce un film ‘miracolato’. Aveva preventivato un budget di un milione e 400mila euro, ma alla fine si è dovuto arrangiare con 70mila. «Nessuno ha voluto finanziarci – spiega – così, per far andare avanti il progetto, siamo ricorsi al crowdequity, un modo nuovo per autofinanziarsi. Ed è andata inaspettatamente bene: più di 400 sostenitori hanno acquistato quote del film. In cambio non gli abbiamo offerto la solita spilla o un dvd, ma abbiamo deciso di dividere con loro gli incassi». Il prodotto finale diventa quindi un patrimonio condiviso tra tutti i membri della troupe e i finanziatori: «Non esistono gerarchie, ognuno mette a disposizione le attrezzature, le proprie competenze o anche solo qualche euro – conclude Emanuele – Questo non è più il mio, è il nostro lavoro».

Avventura simile anche quella di Rocco Riccio, classe 1982. Oggi sbarca il lunario grazie a una piccola agenzia di comunicazione che ha fondato con alcuni amici. Dopo qualche cortometraggio, tre anni fa hanno preso un aereo e hanno realizzato il progetto che avevano in mente da tempo: Sarajevolution, documentario sulla capitale bosniaca. Ma è stato un percorso lungo e tortuoso quello li ha portati a vedere la loro opera finita: alcune società di produzione, che si erano inizialmente interessate, hanno dato forfait. E alla fine la troupe si è arrangiata con 12mila euro, messi di tasca propria. “A volte mi chiedo se ne sia valsa la pena – commenta Rocco – Ma la risposta è sempre sì”.

Quando l’ingresso di Cinecittà si allontana inesorabilmente, fino a diventare quasi un miraggio, queste creature cinematografiche riescono a venir fuori in luoghi e in modi insperati. A volte l’opportunità arriva dalle singole sale o addirittura dai multisala, che si fanno promotori di cultura e veicolo di novità. Per E fu sera e fu mattina la soddisfazione è stata enorme: il film, infatti, ha portato in sala a Cuneo più spettatori di grandi titoli come 300 – L’alba di un impero e Allacciate le cinture. E un buon riscontro l’ha avuto anche l’ultima fatica di Luchino, il cortometraggio Carmine, che dopo aver vinto la sezione Spazio Torino dell’ultimo Tff, ha permesso alla troupe di farsi conoscere e racimolare nuovi contatti.

Di contatti e soddisfazioni, però, purtroppo non si vive. E di “regismo” (come lo definisce Riccio) nemmeno. Emanuele, Rocco e Davide per mangiare hanno un altro lavoro. Ma la valigia è sempre pronta accanto alla porta. C’è da scommetterci: alla prima occasione buona, chiudono la zip e prendono un treno al volo. Destinazione Roma Sud.

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